— A me cavaliere questo oltraggio sanguinoso? — urlò il Faina, guaì, disse cose da chiodi, minacciò darsi al disperato, avrebbe scoperto gli altarini; teneva buono in mano per far conoscere a insinuazione di cui aveva calunniato Tizio e messo in mala voce Sempronio. Fatto un po' di riscontro di cassa, giudicarono prudente evitare gli scandali; quindi gli proposero mandarlo vice-direttore in un penitenziario; anche qui il Faina andò sui mazzi, o finse; taluno gli bisbigliò negli orecchi: ricordasse colui, che per troppo volere, ebbe un carpiccio di bastonate; il Faina si consolò con lo esempio di Scipione, e nel ridursi in un angolo remoto d'Italia a rodere quella crosta di pane esclamò a sua posta: ingrata patria, non avrai le mie ossa!

Gli altri proprietari collaboratori del Gingillino, per quanto si affannassero, tanto non poterono fare che il contagio del Faina anco sopra di loro non si appiccasse. Giornale non letto è ranocchia crepata; il Gingillino uscito dalla mota ritornò nella mota: ma senza pro della morale pubblica, chè di simili giornali non ci ha penuria mai; fecondati dalla malignità umana, come l'ortica nascono, pungono e muoiono per riprodursi più fitti.

Capitolo VII.
ADULTERI A TARIFFA.

I giovani credono troppo, ed i vecchi troppo poco. Di cui la colpa? Di nessuno. Nei primi anni della vita abbondano il volere e il potere, negli ultimi fa difetto il potere. L'uomo quando si pone davanti la sua giovinezza come un'anfora colma del vino di Opimio, ben può affogare in quello e mente e cuore, imbestiandosi turpemente nella ubbriachezza; ma questo egli non fa, o di rado fa, ed invece vi attinge le care fantasie dall'ale di farfalla, folleggianti intorno alle rose e i capricciosi ghiribizzi che si rincorrono perpetuamente sopra una ruota composta dei colori dell'iride: nel vino tinge, quanto dece, le fiorite guance Venere; nel vino, dicono, che spenga i suoi strali Amore, quando li cava ardenti fuori della fornace; nel vino talora l'eroe pesca i suoi entusiasmi di patria; la morte stessa talora si è spruzzata il teschio col vino.... e valga il vero, Leonida dove ordinò che andassero i suoi trecento innanzi che s'immolassero ai Geni della Libertà? Li mandò a desinare, perchè quanto alla cena, li aspettava allo inferno. Ora va pei suoi piedi che se li mandò a mangiare, li mandò altresì a bere, perchè il bere sta al mangiare come alla messa il prete, e ci è da giocare il triregno contro un laveggio di Pistoia, che novantanove su cento bevessero vino. Gli uomini da secoli arrangolano per trovare la verità sulla terra, e non la trovano; in chiesa non ci bazzica più per paura delle scottature; in Corte nè manco, dacchè un ciambellano traditore le diede il gambetto al sommo di una scala facendogliela ruzzolare fino all'ultimo scalino; dai Parlamenti la cacciarono via a furia di granatate; nella curia gli avvocati l'accecarono col fumo di paglia bagnata, cioè con le loro parole: in campagna i contadini le aizzarono alle gambe i cani da pagliaio, in città i cittadini le appiccarono la coda dietro, come i monelli costumano a mezza quaresima: perseguitata a morte, la verità si tuffò dentro un tino di vino e quivi chi la vuole vada a trovarla. In vino veritas, ha bandito lo Spirito Santo, personaggio dabbene ed incapace di profferire bugie.

Ma quando poi l'uomo vede innanzi a sè la vecchiezza sotto la forma dell'anfora vuota, sicuramente che non ci si potrà inebriare; bella forza! non ci è più vino. Il vizio non può più correre; lo ha attrappato la gotta: i peccati mortali e non mortali vorrebbero pure (tanto per non poltrire nell'ozio) esercitarsi in qualche consueto lavoro; ma, ahimè! frugando per tutta la bottega non trovano più arnesi. La vecchiezza comparisce ravviata, positiva, unita come il suo cranio calvo; le illusioni non l'abbindolano più, la tentazione anco solleticandola con una penna di passero nelle narici non varrà a farla prorompere in uno starnuto; in compenso di tutto questo perduto, ella acquistò una qualità solenne, una qualità da mettersi sopra gli altari ed accenderlesi i moccoli ai piedi, da farla diventare nera in tre mesi a furia di suffumigi d'incenso.... la esperienza. Peccato! che questa matrona ti venga a casa in compagnia del falegname per pigliarti la misura della cassa da morto.

Il nostro Omobono pertanto come giovane credeva, e gli giovava credere, in moltissime cose: alle parole delle donne; quanto alle lacrime, non se ne discorre neppure.

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Ma prima di proseguire, torno un passo indietro; e veruno ci trovi a ridire, perchè senza passi indietro io non lessi mai storia, nè la udii raccontare.

Omobono dunque per le due avventure da me riferite, diventò il Saracino di piazza, o, come oggi si dice, il Lione. La fama, volando, portava il suo nome di bocca in bocca, senza stancarsi mai, anzi ci prendeva balìa per volare più lontano; l'avo Omobono ne andava in visibilio, o ne faceva le viste; voglioso poi che il figliuolo della sua predilezione non iscomparisse rimpetto agli altri giovani incliti per censo o per lignaggio, volle che il nipote accettasse eleganti carrozzini e cavalli magnifici, così da tiro, come da sella, il groom e il tigre insieme alle altre diavolerie con le quali la dissipazione insapona le scale al fallimento: e per dire il vero, non ebbe a insistere troppo presso al nipote, ond'ei si lasciasse fare, chè la vanità ha il sonno più leggero della lepre, che per poco stormire di frasca si risveglia; e se l'avo si mostrava disposto a largire con una mano, l'altro era lì pronto ad agguantare con due.