Se si conoscessero tutti i danni e i fastidi che partorisce la celebrità, io per me credo che non vi sarebbe uomo al mondo, il quale incontrandola per la via non fuggisse peggio di un cane arrabbiato. Ognuno sa dove gli fa male la scarpa. La fama è una croce come le altre, e chi l'ha sulle spalle deve portarla fino al sommo del monte. Adesso continuiamo a raccontare di Omobono.

Certa sera, mentre egli se ne tornava placidamente a casa, ecco sente toccarsi sopra una spalla; si volta risoluto e vede davanti a sè una donna aitante, di forme egregie di corpo, velata così da non lasciare conoscere la sua sembianza nè anco se fosse stato di giorno, figuratevi se di notte! Costei gli mette in mano un foglio e va via; e poichè egli, come era naturale, pigliò subito a perseguitarla, ella che se ne accorse, si volse a mezzo con la persona e con tale un gesto, che parve preghiera, ma che poteva ancora esser comando, gli intimò che cessasse ed egli obbedì, quantunque il suo cervello cominciasse a fermentare.

Riprese dunque il cammino di casa col passo consueto, deliberato di aprire il foglio in camera sua; ma la curiosità crescendo mano a mano che diminuiva la via, accelerava il passo, sempre fermo però di leggere il foglio a casa; però il vino di Opimio, che gli lavorava dentro non lo permise, sicchè il solletico della curiosità diventato insopportabile, egli ebbe ad accostarsi ad un muro, e quivi raccogliendo quanto più potè della luce di un lampione, spiegò la carta e si mise a leggere. Elegante tutto, inviluppo, carta, scrittura; il foglio dettato, già s'intende, in idioma francese esponeva: come qualmente una infelice femmina, di condizione contessa, di nazione lituana, vittima di un mostro (il mostro, va da sè, era il marito) che dopo essere stato da lei sposato ed arricchito con immense possessioni poste in Lituania, Posnania, e in altri siti (la Guascogna ai giorni nostri, mutato polo, andò in Lituania) adesso, allegando per pretesto la sua infecondità, pretendesse ch'ella testasse, e lui di ogni suo avere instituisse erede; questo repugnare alla sua religione, alla sua coscienza ed al rispetto della propria famiglia, eccetera; il marito di lei, furibondo per siffatto contrasto, non lasciarle pace, nè quiete, ed ultimamente essere trasceso ad atti violenti, temere di peggio: allo improvviso, ed allo scopo di venire a capo dei suoi fini, egli averla trasferita a Milano, dove ella non conosceva anima viva: qui trovarsi da tre giorni, e qui avere il marito reiterato le istanze, e con le istanze le minaccie ond'ella facesse il testamento: per le quali ragioni, ella gittarsi nelle sue braccia, affinchè le procurasse la protezione della magistratura del paese; chè, una volta posta in sicuro, troverebbe ella modo per informare S. M. l'imperatore di tutte le Russie, il quale, andava più che sicura, stante la nobiltà ed i molti meriti di casa sua, l'avrebbe liberata per sempre dal predetto mostro di suo marito. Rivolgersi a lui come a banchiere, che per onesto premio s'incarica curare gli interessi altrui, e perchè la fama glielo aveva dipinto (veramente la fama non maneggia pennelli, ma la lettera diceva dipinto) giovane discreto, quanto animoso, nato di madre esperta della sventura, di uomo illustre, eccetera; e qui dàgli la soia a bocca di barile: confidare pertanto, non essersi rivolta a lui invano: ispirarla Dio; nè le sue ispirazioni averla delusa mai nelle avversità della vita. Si recasse il dì seguente dopo l'una ora di notte al palazzo ***, e quivi senz'altro chiedesse del conte Kranoski; lo introdurrebbe una fidata cameriera: allora lo metterebbe a parte di ogni particolare e gli consegnerebbe le carte necessarie.

La lettera, la quale incominciava con la sua brava corona di perle, emblema di contea, finiva con la firma di contessa Dorliska Lubowmiska Kranoski.

O vanità, trasformati in Ebe e mesci due, quattro e dieci bicchieri del vino di Opimio al nostro giovine, levato di punto in bianco alla dignità di servire di materia alle ispirazioni di Dio. Vedeste traverso il microscopio solare una stilla di acqua del Tevere? Se l'avete veduta, avrete notato altresì come miriadi di serpi nascano, scoppino per rinascere e scoppiare di nuovo con vicenda perpetua; così fantasmi sopra fantasmi pullulavano nel cervello di Omobono, sicchè al tramonto del giorno che successe a quello dello incontro con la contessa se lo sentiva tutto indolenzito. E sì, che nel canestro dei fiori l'aspide ci era, e si sentiva nella dichiarazione di essersi la contessa rivolta ad Omobono come banchiere, il quale dopo reso il servizio si paga, e chi ha avuto ha avuto: ma, si sa, nobili, preti e soldati vogliono sempre sgraffiare: colpa non loro, ma delle unghie appuntate di che li armò o la natura o l'arte.

Nella sera assegnata il martello batteva il primo tocco dell'un'ora di notte all'orologio del Duomo, ed Omobono poneva il piede sul primo gradino della scala del palazzo ***. Andò su franco, non senza il consueto comporsi con la mano i capelli e i baffi; bussò discreto, e subito apertosi pianamente l'uscio s'incontrò nella faccia di un cosacco riposato, vestito da femmina.

— Si comincia male! — disse fra sè Omobono; nè il presagio mentì, chè la vecchia megera in lingua francese (il lettore avrà notato come le brutte cose si sieno fatte fin qui in idioma francese, aspettando che in breve le si facciano in tedesco) gli disse come monsieur le comte, contro la sua abitudine, per quella sera non era ancora uscito di casa; essere madame fâchée, anzi disse propriamente désolée del contrattempo; supplicarlo a scusarla. Mon Dieu! ce n'était pas sa faute; sarebbe di sicuro per domani sera; con altre più parole ortatorie, alle quali il nostro giovine rispose: Stesse madama di buon animo, che ciò non montava; assicurasse madama la comtesse della sua perfetta buona volontà, e addio per la stessa ora a domani.

In onta però alle belle parole, Omobono aveva un diavolo per capello, perchè i giovani sentono brulicarsi il mercurio nelle vene, e spettano per natura alla setta di coloro che dicono: pochi ma subito. Andando giù in fretta ed alla spensierata avvenne che di uno sconcio spintone urtasse nella spalla destra di un che saliva.

Que diable! si esclamò da una parte: — Pardon, monsieur, dall'altra. — Ma tanto presto non potè comporsi cotesta faccenda, che urtante ed urtato non avessero agio di considerarsi bene al lume del lampione.

Omobono vide un cosaccio mal tagliato, creatura da caserma, fatto a tacche col coltello; di colore del vino puro, co' pomelli delle gote rilevati a mo' del cane da presa, e il naso in su come cane da fermo, il quale fiuti per l'aria l'onore militare: difatti cotesta attitudine gli veniva dal collare rigido ed alto, il quale costumano cani e soldati; gli enormi baffi su ritti per le guancie parevano due granatini di stipa, e la barbetta una coda di cavallo da barroccio cresciutagli sul mento, gli occhi tondi e strabuzzanti da destare nei bambini una sedizione di vermini: insomma un orco. Vestiva soprabito, secondo il costume soldatesco, abbottonato fino alla gola, dall'ultimo occhiello del quale un nastro rosso, forse per la vergogna, si affacciava peritoso quasi dicesse fra sè: Mi mostro, o non mi mostro? Di vero egli era, a modo della testuggine, destinato a uscire dal guscio ovvero a ritirarcisi dentro: però a lode del nastro vuolsi confessare come egli non si affacciasse mai spontaneo, bensì costretto di obbedire alla potente spinta, che gli dava per di dietro il dito pollice del cavaliere.