Il sole puntuale come un mercante che ha da riscuotere una cambiale, si levò, camminò e andò a letto, mentre Omobono, puntuale quanto lui, al tocco dell'una ora di notte, era sull'uscio della contessa Dorliska Lubowmiska Kranoski. Gli aperse la solita megera, lo salutò sommesso, e senza altre parole lo mise dentro ad una camera oscura; non già che fosse buia affatto, ma poco ci si vedeva, e ciò perchè il lume del candelabro andasse avvolto di un fitto velo increspato: mobili molti a catafascio; in confuso ogni cosa, come chi o non ebbe tempo di ordinare la casa, o non la voglia ordinare, deliberato a farvi breve soggiorno: in mezzo un lettuccio magnifico, e sopra esso, quello che premeva di più, la donna. Costei mollemente adagiata, si faceva al capo colonna del braccio ignudo, a perfezione tornito e bianco, e giù dal capo le pioveva pel seno e per le spalle una vera cascata di capelli lucidi e neri più dello asfalto; la persona intera ella teneva avvolta dentro un'ampia zimarra di velluto nero, orlata e forse foderata di martora zibellina.

Dopo brevi istanti di silenzio, ella con voce che a tutti gli altri sarebbe parsa maschile, ma che Omobono giudicò divina, incominciò a sciorinare ringraziamenti, complimenti e caccabaldole di ogni maniera; invitato a sedere, il giovane prese una seggiola e si assettò pudicamente a piè del lettuccio, conforme l'uso, che vuole s'incominci in bemolle per giungere di rincorsa al cisolfautte. Allora la contessa esormò con moltissimi particolari la storia della quale ella aveva presentato lo epitome nella sua lettera; mentre stava per conchiudere, Omobono la vide di un tratto balzare di sul lettuccio e recarsi a certo stipo, che aperse mercè una chiave tirata fuori con precauzione dalle pieghe della zimarra: quivi prese parecchie carte condizionate ottimamente, e le depositò sopra una tavola dove stavano ammanniti carta, penne e calamaio.

— Ed ora, mio signore, fatevi avanti ed esaminate meco le carte, che io vi verrò mano a mano porgendo, onde vediate se bastino a indurre il magistrato a pigliarmi sotto la sua tutela.

— Non è caso, madama, ciò menerebbe troppo a lungo, ed io non dubito punto che questi fogli non confermino ampiamente la verità delle cose esposte da vostra signoria.

— Sia come volete — riprese la contessa levando la faccia verso la porta donde era entrato Omobono; poi domandò: — Che ora fa?

Ed Omobono, consultato il suo magnifico orologio, rispose: — Un'ora e mezza di notte.

— E vi va bene?

— Oh! quanto a questo poi....

La contessa sorrise alquanto e proseguì: — Tuttavia permettetemi, signore, che io vi accenni la importanza di questi fogli: questo è il testamento di mio padre, conte Daniele Casimiro Lubowmiski, aiutante di S. M. l'imperatore Niccolò; — e glie lo porse.

Omobono, a cui non premeva il testamento più di un bottone da camicia, attese alla mano e la rinvenne nobilesca affatto, classica nei contorni, lunghetta alquanto e nel mezzo del dorso quanto conviene carnosa; non vi eccedeva nodo, le vene un po' troppo turchine, segno che non vi correva rapido, come un giorno, il sangue della gioventù: candida la pelle, ma raggrinzita in faccette romboidali, segno anche questo che i muscoli, dopo essere stati tesi al massimo grado, ora principiavano a rilassarsi. Tale diversità gli artefici industri rinvennero ab antiquo fra il marmo pario ed il pentelico: quello serrato in grani uniti e con superficie uniforme, rappresenta meglio la gioventù; questo, screziato in minutissime mollecole la età che declina: prevalse il primo, e da quello gli eccellenti scultori ricavarono le più mirabili statue dell'antichità.