Di qui la guerra fra sacerdozio ed impero, che fu contesa tra pirata e corsaro: l'uno bandiva al mondo, l'altro truffatore, e sacrilego, e ladro: avevano entrambi ragione. La potestà sacerdotale condusse il rappresentante della potestà secolare a morire dentro una cantina a Spira; la potestà secolare diede uno schiaffo al Sommo Sacerdote e lo condusse a morire di rabbia come un cane: si sciuparono, si stracciarono i panni addosso, si rovesciarono a vicenda sul capo clamide e piviali; e in grazia dei loro scambievoli vituperii il mondo apprese come essi fossero non solo formati di creta al pari di ogni uomo, bensì del limo, onde si fanno i serpi.
Rotto lo incantesimo la umanità ardì guardarli in faccia ed ammonirli che il male loro non era bene, nè si fermò a tanto, chè i guerrieri vollero provarlo a loro con l'arme, e i sapienti con le argomentazioni: allora i re ed i sacerdoti commossi dal pericolo comune rifecero lega, a patto che il sacerdote in apparenza fosse più cosa del re, ma in sostanza il re comandasse al sacerdote; poi di amore e di accordo si posero a rassettare la catena antica, alternandoci ad un anello di paura dello inferno un anello di paura del boia: però, per quanto ci si assottigliassero, tutti non li poterono risaldare; ancora Dio, scoprendosi alcun poco la faccia, mandò un raggio di consolazione sopra la terra, e fu la stampa, conciossiachè Dio per ben due volte donasse la luce ai mortali, e la seconda assai più largamente della prima, chè la luce materiale si alterna con le tenebre, nè tutta a un modo illumina la umanità, mentre la seconda rischiara tutto il mondo del pari, e non tramonta mai. La stampa pertanto supera in virtù la luce.
Per benefizio di siffatta luce prese a sorgere nella mente del popolo un concetto, che lo condusse a ragionare così: «Se il sacerdote rappresenta Dio, o chi para che le creature se ne rapportino direttamente al loro Creatore?[5] Se al re tedia la cura di governarci, noi lo esoneriamo: e poi in che e come egli dimostra essere più sapiente o migliore di noi? E supposto ch'egli sia tale, con quale ragione si manterranno sempre così i successori suoi? E anco posto tutto da parte, i re e i sacerdoti divorano per mille, anzi per diecimila e più.»
I sacerdoti e i re si restrinsero insieme per avvisare intorno alla risposta da darsi, e stabilirono di amore e di accordo che la si avesse a fare, ma in certa lingua inventata da loro, composta di ferro, di piombo e di fuoco. Il popolo allora a sue spese imparò che per cavare dal sacerdote e dal re una risposta in voce umana, bisogna interrogarli con voce di corda.
Ed in vero i re e i sacerdoti udendo favellare il popolo, rimasero attoniti quanto Balaam, allorchè la sua giumenta lo interrogò dicendo: «Perchè mi percuoti?» E ch'è, che vuol dire popolo? — borbottavano fra loro — popolo, e polvere non hanno fatto fin qui tutta una cosa? E camminando sopra la polvere chi di noi avvertì l'orma che ci stampavano i nostri piedi? Chi mai avrebbe creduto che il popolo sentisse scalpicciarsi, e se sentito avesse potuto adontarsene? O non ci è avvezzo?
Pur troppo ci era avvezzo, ma un giorno gli mancò la pazienza, e avendo conosciuto come col solo sollevarsi avrebbe potuto accecare i potenti della terra, ei si sollevò e gli accecò: dacchè il potente non volle rammentarsi ch'egli aveva ridotto il popolo in polvere, il popolo lo ricordò al potente.
Ma accecare altrui non significa illuminare sè stesso: nel dì della vendetta al popolo appartiene il còmpito della distruzione. Quando egli con supremo conato arriva a rompere le sue catene, altro non sa ed altro non può saper fare, eccettochè sbatacchiarne i tronconi nel volto agli oppressori: quando il ferro delle catene si converte in armi, più che per le spade si trova adattato ai pugnali; a questi stende la mano la libertà, però insieme con essa la ferocia e la vendetta. E poi che il popolo possieda l'ira e la forza per distruggere, ma gli manchi la scienza per ordinare, così egli commise l'opera della sapienza ai suoi fratelli. Di questi alcuni perfidissimi lo trucidarono, altri prosuntuosi lo delusero; ma i più lo venderono come fu venduto Giuseppe ebreo agli Egiziani; poi i venditori si misero a gridare co' lupi dimostrando come non odiassero già la tirannide, bensì la combattessero per essere chiamati a parte della dominazione. Di qui lo sbracciarsi loro per le monarchie costituzionali, col solo fine che i convitati antichi si stringessero a tavola per far posto ai nuovi commensali; e l'interesse privato sublime nella sua terribile nudità stette in capo al desco costituzionale come lo scheletro a quello dei re di Babilonia; il popolo sempre somministrò la vivanda; chi nacque agnello ha da morire arrosto, tale è il fato.
Un giorno, un'ora per ischerzo lo salutano padrone, perchè si metta addosso o si ribadisca un padrone: lupercali del secolo nostro degli antichi più strazievoli assai. Un dì la razza arrogante donde si cavano i re ebbe cuore per derivare il principato da Dio, ma questi essendosene lavato le mani, fu mestieri trarlo fuori o dal popolo, o dal diavolo: dal diavolo non conveniva, imperciocchè il diavolo aborra dominare sopra gli schiavi, bensì sia primo a soffrire tra gli uguali; ora questa maniera di principato ai nostri signori non garba, chè godere vogliono per mille, e soffrire per nessuno; dunque dal popolo, e il popolo partorì il principe, il quale appena nato, alla rovescia di Saturno, che divorava i figliuoli, venne in pensiero di mangiarsi il padre a pranzo, e lo faceva se altri non lo ammoniva dicendo: «Se mangi il popolo a desinare con che cenerai?»
E poi il diavolo possiede intelletto e coscienza, però come uomo poteva augurarsi ottenere da lui l'alienazione non pure della propria libertà, ma eziandio in perpetuo quella dei suoi discendenti nati e nascituri? Queste enormezze non si possono pretendere, eccetto dal popolo, sul quale non rimane nè manco l'orma del piè che lo calpesta.
Buttiamo da banda i perfidi, e discorriamo dei saccenti: che volete? al popolo parve che il berlingare fosse senno, epperò elesse gli alchimisti di libertà, i quali lambiccarono il concetto delle monarchie temperate: il governo ha da essere colonna che ha fusto, capitello, e base; quindi il capitello sia il principato, i maggiorenti in mezzo e il popolo in fondo. Scrissi altrove, e ripeto adesso, che la esperienza mi ha insegnato come le colonne a quel modo possano stare, i reggimenti no: imperciocchè in questi i pezzi non durino mai fermi, seguitando ognuno la natura e le passioni sue: quindi, dimenandosi, avviene che uno sbilanci su l'altro, e allora dopo una guerra clandestina di frodi, ovvero aperta di violenza, che logora le forze dello Stato, e corrompe le coscienze se conservi il nome di temperato o di misto; in sostanza il governo diventò o monarchico, o aristocratico, o democratico; l'aristocratico si mantiene di più, ma ed anco cristallizza ed impietra quanto gli sta dintorno: la storia lo dichiara furiere eccellentissimo mandato innanzi ad apprestare le stanze alla tirannide; Venezia informi: ella, o piuttosto chi presume rappresentarla si volta indietro di tratto in tratto sospettoso che lo sbirro della inquisizione o il poliziotto austriaco sopraggiungano a riagguantarlo: la Venezia per ora ha paura della libertà.