Eponina ansando va a pigliare la lettera; sul punto di aprirla nota come Gaspero, dopo fatto un profondo inchino, accennasse a svignarsela, onde ella imperiosamente gli comandò: — Non vi movete. E Gaspero di cui il mestiere era obbedire si fermò, perchè tra l'ordine del padrone un po' stantio, e quello della Eponina fresco fresco nella cronologia della obbedienza, prevaleva l'ultimo. Eponina con una ondata di virtù visiva lesse di un tratto:
«Amor mio!
«Che io ti ami non importa dirtelo; chè tu conosci quanto me, forse meglio di me, che sono cosa interamente tua; quando pure volessi non potrei dimenticarti, e tu sai se io lo voglia; eppure una terribile necessità mi stringe la gola sforzandomi a lasciarti. Io mi conserverò intero all'amor mio, perchè il mio amore è il mio cuore; ma sarei peggio, che tristo se pretendessi, od anco ti consigliassi a respingere gli omaggi che ti verranno fatti da altri certo non più devoti, ma più fortunati di me, Eponina di una cosa ti supplico, ed è non credere verbo di quanto ti verrà fatto udire a carico dell'onor del tuo Ludovico. Per le ossa del padre mio, per la vita della madre mia, per l'amor nostro, io ti giuro che la colpa altrui mi precipita in questa desolazione. Mentre tu leggerai questa lettera, Milano avrà avuto da me l'ultimo addio».
— Ho capito — disse imperturbata Eponina e fissando di un tratto gli occhi dentro gli occhi di Gaspero gli domandò:
— E quando parte il vostro padrone?
Il servo preso così a soqquadro rispose:
— E' non me l'ha anche detto.
— Dunque si trova in casa?