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Da parecchi giorni Ludovico Anafesti si trova a Vienna sotto nome mentito. Senza amicizie, mal pratico del paese, ignaro della lingua tedesca, non bene fornito a danari, erasi ridotto a stare nel primo albergo che gli avevano proposto, e quivi viveva di pessima voglia struggendosi nell'angoscia; pur troppo lo premeva il male e lo spaventava il peggio. Dalla madre fin qui veruna lettera: mandava Gaspero due o tre volte il giorno alla posta, e quando il servo dopo breve ora tornando gli annunziava da lontano: Niente! il capo gli cascava giù peso sul petto come se glielo avessero empito di piombo, a mo' che fece il plebeo Settimuleio con quello del suo amico Caio Gracco. Per ordinario il giovine taceva; però di tratto in tratto lo spasimo che lo lacerava gli faceva forza a lamentarsi con parole tronche, nelle quali ricorrevano spesso i nomi di Eponina e della madre: imprecava al destino che lo aveva forzato ad abbandonare questi unici amori dell'anima sua: aggiungeva poi non so che di generosità sprecata..... di condizione insopportabile..... dando in certa guisa a divedere che l'immane sacrifizio incominciava a pesargli.
— Senza colpa nè peccato ho perso tutto, — egli diceva — casa, nome, patria, madre ed Eponina, che a quest'ora, o non pensa a me, o con orrore ci pensa.... Oh! se tu sapessi quanto patisco per te.... tu mi saresti accanto a temperarmi il fiele che bevo.... Io non sono avvezzo al dolore, e questo è troppo, ed incomincia adesso.
Gaspero da dieci minuti gli stava impalato davanti, aspettando la occasione opportuna per favellargli, la quale parendogli ora venuta incominciò:
— Il padrone della locanda, signor Bruksteiner, persona garbata, mi ha messo a parte essere uso di questa locanda regolare il conto co' forestieri che si fermano una volta in capo a dieci giorni; al quale effetto....
E gli porgeva la nota: Ludovico ci getta gli occhi sopra, e vede che ella sommava niente meno che a cinquanta fiorini, ond'è che rendendola a Gaspero, lo avvertì languidamente:
— Gaspero, paga e poi procura subito di trovarmi un albergo di cui il padrone sia meno garbato, ma più discreto, chè, andando avanti di questo passo, in poco più di un mese mi troverei al verde.
— O la signora contessa non le diede le gioie? Forse a Vienna le gioie costano come ghiaie?
— O Gaspero, tu ti hai a rendere capace come nella vendita delle gioie, quando si scapita un terzo si scapita poco; che se caschi in mano al giudeo, il quale di questi commerci si è imposto, e noi lo sopportiamo tiranno, fa' conto che s'ei non le giudicherà ghiaiottoli, la batterà di lì: e poi io tengo sacri questi ornamenti materni, e sebbene comprenda che un giorno o l'altro mi toccherà a venderli, pure io sentirei rimorso ad affrettare la necessità di disfarmene.
Gaspero, provvisto di tanti bei marenghi d'oro, andava alla volta del locandiere garbato, nè stette molto a tornarsene tutto raggiante verso il suo padrone, nel cavo della mano manca stringeva tuttavia i marenghi di Ludovico, e con la destra agitava un borsellino di moneta; era fuori di sè dall'allegrezza (perchè se il vino letifica il cuore dell'uomo, a mille doppi lo esalta il danaro, col quale si compra e vino e pane e carne e ogni altra cosa) e con voce che aveva preso l'argentino del metallo ragguagliava il padrone, come il sig. Bruksteiner, proprietario della locanda l'Aquila Imperiale, avesse in quella stessa mattina ricevuta la somma di franchi duemila da consegnarsi al signor Giulio Bonatti; ond'è, che prelevatine duecento in saldo del conto, gliene contava milleottocento, dei quali, pregava gli facesse un bocconcino di riscontro, per sua regola.