A questo modo procedendo, c'imbattemmo alla sprovvista nel nemico, col quale, appena visto, ci azzuffammo senza concetto di guerra, d'onde nacque un accapigliamento alla rinfusa, che di mano in mano ingrossando, per la strage diventò battaglia, per arte militare una baruffa: fu combattuto in tre gruppi, perchè in tre punti ci percossero gli austriaci con mosse di fianco; il primo sotto Villafranca, dove si trovarono il principe Umberto, Bixio e Cugia, credo anche il Govone: sfolgorati dalle artiglierie, urtati dall'impeto dei cavalli, cotesti uomini prodi tennero fermo disposti in quadrati, in uno dei quali ebbe a ricoverarsi il principe Umberto, che, a detta de' suoi commilitoni, in cotesto giorno fece il debito di soldato italiano: tutta la giornata essi contennero il nemico: vi ha chi assottiglia, anzi nega addirittura il merito a quei valorosi, perchè non fecero di più; ma a parere mio fu grande onore per loro tenere testa finchè durò la battaglia contro un nemico potente di cavalli e di artiglierie, proteggere la ritirata del nostro esercito a sera, ributtando in atto di vincitore, piuttostochè di vinto, due volte gli austriaci, una volta a furia di cannonate, ed un'altra per isforzo di cariche di cavalleria.

Il corpo del generale Durando s'incamminò mattiniero verso le colline di Sona; la sua via doveva essere diritta fra Monzambano e Castelnuovo, senonchè il Cerale, che comandava la prima brigata, temendo dei cannoni di Peschiera, invece di andare in su, scese per la sponda del Mincio fino al Borghetto, dove incontrato il traino mosso per la medesima strada, lo fa ripiegare sopra sè stesso mandandolo sottosopra; nè qui cessano gli errori del Cerale, che ripigliando la via per Castelnuovo s'inferra dentro certa via stretta e incassata, senza pigliare alcuna delle precauzioni che si costumano quando si cammina per paese nemico; quanto a intrepidezza a tutta prova io tengo dal Cerale, ma per accorgimento, bisognerebbe si facesse ristagnare il cervello: provata che egli ebbe la dura batosta, pretese schermirsi dicendo che senza rompere uova non si fanno frittate; pur troppo non si combattono battaglie senza sperpero di vite umane, ma bisogna evitare le frittate. Io era con lui, e per lui mi trovo lacero questo mio povero braccio, ma ciò non dico per rancore, bensì per verità: verun sottotenente di volontari avrebbe proceduto con sì poca considerazione, ed egli può bene disprezzare la propria vita, ma come capitano deve pigliarsi cura della vita altrui.

Le disgrazie nascono sempre gemelle, però il generale Villermosa, condottiero dell'antiguardia della divisione Sirtori, nell'uscire da Valleggio, invece di svoltare a destra per Santa Giustina, tira su per la via di Castelnuovo, e così raddoppia la vanguardia della divisione del Cerale, e la leva a quella del Sirtori, il quale non addandosi dello abbandono del Villermosa, quando se lo aspetta meno dà di capo nel nemico, che lo riceve a suono di cannonate ottimamente disposte su le alture, e per le strette dei colli[11]: ormai la vittoria impossibile, e la ritirata rischiosa: vi rimasero feriti Durando, Dho e il Cerale, il generale Villarey ucciso, ed altri non pochi: i soldati sgomenti di vedersi condotti al macello, imprecando la stoltezza dei capitani, sbandaronsi; sì, che serve celarlo? fuggirono. Ciò accadde ai più famosi soldati, dai romani ai francesi, ed accadrà sempre, quando avvenga che per errori continuati perdano ogni fiducia nei loro condottieri; se il generale Pianell non era, al quale sovvenne la ispirazione di varcare il Mincio, respingere gli assalti nemici, e proteggere la nostra ritirata, o fuga, prigioni o morti noi ci restavamo tutti. Degli altri gruppi io non so darti distinta notizia, però anche là e' fu una matassa arruffata; bastonate da ciechi.

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Pur troppo le parole del soldato ferito erano vangelo: giusta quello che ne sparse la fama, il La Marmora fino dalle ore mattutine se ne andava a Gherla, e nel cammino imbattendosi nella divisione Brignone, la mena seco ad occupare le alture di Custoza, donde mira come gli austriaci abbiano fatto lo stesso su le colline della Berrettara: ciò nonostante egli ingiunge al Brignone si spinga innanzi, e questi lo fa inoltrandosi fino a Monte Godio: allora il La Marmora lo pianta lì, e galoppando solo verso Villafranca, va a vedere come le cose procedano da questa parte, ed anche per condurre rinforzi al Brignone; di vero torna, ma trova il Brignone a mal ridotto dallo sforzo degli austriaci incalzanti, e costretto a ripiegarsi sopra Monte Godio: il terreno compariva ingombro di morti; si contavano tra i feriti il generale Gozzani e il principe Amedeo. A Custoza i nostri tentarono resistere, ma neanche in questo punto la fortuna volle arridere al valore scompagnato dalla perizia; fummo respinti. Il re, il quale se ne stava a contemplare la battaglia fra Villafranca e Custoza, visto retrocedere la divisione Brignone, corre via a Valleggio, di là varca il Mincio e si conduce a Goito: per questa guisa, se mai ci era stato sul campo di battaglia un comando supremo, venne affatto a sparire. Il La Marmora, per onestare la cosa, disse più tardi essere stato suo intendimento sgarrare la prova sopra le alture di Custoza con le divisioni del secondo corpo, mentre il Bixio e il principe Umberto sostenevano il terzo corpo nella pianura; sproposito o bugia che il Rustow gli rimbecca, dichiarando: — dal suo stesso rapporto si fa manifesto, come ciò non fosse per nulla il caso, o dimostra la sua testa in balìa di deplorabile confusione[12]. — La verità è, che il La Marmora, perduto il lume degli occhi, povero di partiti, di animo volgare, giudicando i successi non secondo la realtà, bensì a norma della sua dabbenaggine, tenne per disperata la fortuna della guerra, e mandò subito dopo la battaglia di Custoza i due famosi telegrammi; uno al Garibaldi del tenore: «Disastro irreparabile! Coprite la ritirata e Brescia;» l'altro al Cialdini concepito così: «Disastro irreparabile! Coprite la capitale (Firenze).» Da tanto poi che erano disperate le fortune della guerra, gli austriaci non pensarono manco per ombra a traghettare il Mincio e ad inseguirci: e questo afferma eziandio il La Marmora; nondimanco l'esercito intero fu addossato all'Oglio, e il re pose tranquille le stanze a Torre Malamberti presso Pescarolo.

I giornali italiani tacquero quasi due giorni, e in questo frattempo i devotissimi, avendo ripreso fiato, incominciarono a sussurrare che la battaglia veramente perduta non si poteva dire, sì piuttosto non vinta; con inezia e parola francesi la battezzarono insuccesso, e a torto, imperciocchè perduta la facessero lo scopo mancato della medesima, che fu mettersi in mezzo alle fortezze del quadrilatero, e il campo abbandonato; più che tutto, i due telegrammi, non mai abbastanza deplorabili. Se non che qui vennero fuori i devotissimi del La Marmora, ed a posta loro andarono bisbigliando ch'egli li sconfessava, e parve bruttissimo tiro, perchè, se non furono sua fattura, non si rimanga a mormorarlo sottovoce; lo dica chiaro ed aperto; ma vorrà disdire forse anco il suo rapporto dove significa: «non avendo avuto buon successo il nostro tentativo di stabilirci tra il Mincio e l'Adige per separare le fortezze le une dalle altre, la posizione da noi presa lungo il Mincio diveniva senza scopo.»? Gli intendenti della milizia, nei giudizi loro discreti, a queste insanie non possono reggersi tanto, che non siano costretti ad esclamare: Da quando in qua il condottiero, se non riesce al primo tratto nella sua impresa, l'abbandona? Costumò così Napoleone a Marengo? Fino alle quattro pom. è fama lo avesse respinto il vecchio Melas; a codesta ora sopraggiunse il Desaix, il quale, interrogato, disse sè essere giunto tardo per impedire che una battaglia si perdesse, sempre a tempo perchè un'altra se ne guadagnasse, e così fece. Forse era cessato lo scopo di porgere la mano al Cialdini, varcato che avesse il Po? Da quando in qua si mettono due fiumi in mezzo tra voi e il nemico che non v'insegue? Il Rustow, per trovare un'aurora boreale di senso comune in tutto questo garbuglio, immagina che l'esercito si versasse in disordine maggiore di quello che si supponesse, e certo tacquesi allora e non si dice neanche adesso, ma è vero, come il maggiore Mainieri narrava a Curio, che non pochi soldati fuggirono, gittate le armi, maledicendo gli stolti capitani: però in breve ripresero animo, e desiderarono ritentare la prova sotto guida migliore: moltissimi all'incontro durarono ordinati e pugnaci come quelli del Pianell e gli altri del Bixio; le due divisioni Angioletti e Longoni intatte, non avendo preso parte al combattimento: inoltre, o il Cialdini sul Po che ci stava egli a fare?

Eppure comandava a ben quattordici divisioni, esercito più numeroso di quello del Mincio. Intorno a Custoza furono i nostri centoquarantaseimila, e di questi combatterono soltanto sessantaseimila. Settecentoventi ne caddero morti, tremilacentododici si noverarono i feriti; tra le nostre e quelle del nemico, le perdite si bilanciarono: perchè dunque ci demmo per vinti? Al fatto di Marengo, di già riportato, il Rustow aggiunge con legittimo orgoglio l'altro di Ligny, dove i prussiani sbaragliati poterono in due giorni riordinarsi e battere Napoleone con la famosa percossa di Waterloo.

Non si volle vincere, proruppe un giorno quel fiero uomo che è Nino Bixio: però io non mi accosto alla terribile sentenza di lui, che è naturale cosa desiderarsi la vittoria con maggiore anelito da quelli che si sentono meno capaci ad acquistarla per virtù; ed ella ci viene sempre feconda di utili resultati: di rado l'uomo renunzia alle sue comodità, e più di rado alle lusinghe dell'amor proprio appagato; quando poi l'agonia dell'utile e l'agonia della vanità s'intrecciano in uno interesse solo, allora poi giudico impossibile che ci renunzi l'uomo: questo parmi più vero, che tra la speranza generosa, ma piena del pericolo di perdere, e la ghiottoneria di guadagnare con sicurezza, prevalse nei nostri guidaioli la ghiottoneria; non si contò la vergogna. Il capitano La Marmora rinfoderò il brando sul fianco sinistro, e diventato Scriba cavò fuori dal destro il pennajolo: nelle sue mani l'uno e l'altro del pari infelici: arduo è sgarrare col calamaio colà dove fece fallo la spada: non ci fu altri che Lutero, al quale riuscì vincere col calamaio: e vinse nientemeno che il diavolo in persona, ma glielo scaraventò nella testa. Ora il La Marmora, professandosi cattolico, non ha fede che nell'acqua benedetta. In verità di Dio, io per me penso che quando la monarchia ci schiera davanti agli occhi i suoi capitani, i suoi ammiragli, i suoi ministri, lo faccia pel medesimo spirito onde i giocolieri ti mostrano, sopra l'avversa parete, le figure grottesche della lanterna magica, per tenere allegra la brigata divertendola dal senso dei mali presenti e dalle apprensioni del futuro.

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