— Una scheggia di mitraglia mi ha fracassato il braccio; ma con un braccio di meno si vive; si resta soldati con la tara del cinquanta per cento, ma sempre soldato; la ferita mortale ho ricevuta qui nel cuore... io ne morrò... e mi piace morire.

— No, voi dovete vivere per gli amici, per la patria...

— Per la patria? Rammenta Curio, che io t'ho detto ch'io non piangeva per me. In vero io piansi per l'onore militare perduto, per la patria, dopo tanta speranza, scaraventata nella ignominia; piansi sopra tanto lume d'intelletti divini diffuso invano; piansi sul sangue di tanta brava gente sparso per ribattezzare l'antica servitù... Ah!

— Ma che sia proprio vero, ch'io abbia a vedere la fine della mia povera Italia?

Il maggiore chiuse gli occhi, e singhiozzò; Curio continuava:

— Il popolo non ha dato vite, danaro e tutto quello che aveva? Il popolo non diede armi, navi, provincie?... Chi è lo sciagurato che si è preso tutti questi tesori e li ha buttati via, come fanno i ragazzi con le piastrelle sull'acqua... tre, quattro guizzi per gioco, e poi giù in fondo per sempre.

— Cause occulte e rimote, onde accadde questo, figliuolo mio, ci hanno ad essere, anzi ci sono, ma a me non è dato indagarle, nè mi gioverebbe esporre; le prossime sì, e te le dirò, perchè tu ne faccia senno. Voi giovani veniste al mondo in tempi brutti; la urgenza del male non lascia campo ai propri esperimenti; approfittatevi degli altrui. Causa prima dei nostri disastri io metto la presenza del re alla guerra: i principi stanno d'incanto a capo degli eserciti, quando si chiamano od Alessandro Magno, o Federigo II, o Gustavo Adolfo, o Napoleone I, perchè allora all'autorità del grado aggiungendo la maggiore autorità della molta perizia, maneggiano gli eserciti come macchine e li avventano come leoni; diversamente ti riusciranno sempre di impaccio e di pericolo. Di vero, o concedono che il supremo comandante non li consulti, e allora faranno meglio a starsene a casa; si vince anche in poltrona, e se non è vero non importa; per la reputazione del principe basta che il popolo lo creda; o all'opposto pretendono essi mettere il becco in molle, e allora, o diranno cose che saranno come portare ghiande alle querce, e perderai tempo, o come è da supporsi diranno svarioni, e allora il povero capitano bisogna che procuri renderli capaci, pigliandola alla larga e con un sacco di precauzioni, le quali, se stanno poco bene in Corte, in campo poi stanno malissimo, scompigliando i consigli e ritardando l'azione: ancora il capitano, quando il principe gli cammina dietro ai calcagni, più che a vincere il nemico, deve attendere a preservare costui incolume da ogni stroppio: però, senti me, che parlo schietto, se avessi ad essere capitano supremo, io preferirei avere una veste di fiasco avviticchiata alle gambe quando cammino, che un principe per compagno quando combatto. La seconda (ho fatto male a non metterla prima) sperpetua, il La Marmora; cocomero ingrossato dalle piogge moderate; imperito costui non si potrebbe dire, se non che, invece di riporre la scienza nel cranio, la porta sul groppone: e qui se vuoi ch'ei ce la porti a ceste, a ceste volentieri accorderò che ei ce la porti. Non ci è numero, non misura, non stadera, che valgano a calcolare, misurare o pesare la sterminata presunzione di cotesto uomo: ei farebbe la barba a Carlo Magno, e piglierebbe ad allattare Annibale e Giulio Cesare, se avesse le poppe: lo hanno abbaiato in tutte le cinque parti del mondo, in tutte le lingue gli hanno detto che ei vada a fare il capotamburo, ma egli duro; oramai ei si è ciurmato da sè gran capitano, e non ci ha più rimedio, però tentenna il capo, e compassionando leva gli occhi ed esclama: — Sciagurati! non sanno quello ch'ei si dicano. — Anco la presenza gli nuoce, dacchè egli si muova come un ragnatelo spaventato: io non so per quale sua disgrazia quanti disegnatori, illustrando il maggiore romanzo del Cervantes, presero ad effigiare il Cavaliere della trista figura, sembra che si sieno dati la intesa di pigliare a modello il La Marmora. Non ci è Cristi: guarda bene il gran capitano di Biella, e ti parrà don Chisciotte nato e sputato. L'aspetto dell'uomo impressiona più che tu non pensi: mira la testa di Napoleone primo console, e provati a negarmi che egli sia eroe: che cosa ti parrà di La Marmora col suo capo a pane di zucchero, e gli occhiali a cavallo sul promontorio che gli tiene le veci di naso? Io non lo dirò, se prima non gli avrai messo un filo sotto, facendogli, col tirarlo, muovere le mani e i piedi a sêsta[8]. Improvvido negli apparecchi, nè strategico, nè tattico, povero di partiti, nei consigli incerto, impacciato nei moti; in mal punto sta ed in mal punto corre: flagello vero della milizia italiana; avrei detto di Dio, ma Attila gli ha preso il posto. La reputazione di servitore umilissimo, devotissimo e obbedientissimo di casa Savoia gli procacciò favore inestimabile in Corte, e per mio avviso a torto, perchè nè prudente assume sopra di sè gli errori altrui, nè animoso li riversa sopra chi tocca; in somma nè Strafford, il quale si lasciò decapitare per Carlo I, nè Bava, che scrisse addirittura il disastro del 1848 doversi attribuire a Carlo Alberto: della famiglia dei servi per certo egli è, ma spetta più particolarmente alla specie dei servi insolenti: difatti per iscusarsi egli va sussurrando lui non esser capitano comandante, bensì capo di stato maggiore: scusa come ingenerosa fallace, perchè se conosceva i comandi infelici, dovesse opporsi a spada tratta, o inascoltato risegnare lo ufficio: ed ho sentito anche spandersi la voce di poca connessione nello esercito, di salmerie disordinate e confuse, i quali difetti se furono, e taluni furono, non si dovessero attribuire a lui per lungo tempo ministro della guerra.

Quanto valga il suo emulo Cialdini ignoro, ma del La Marmora so tanto, che sul conto loro io posso in buona coscienza profferire il giudizio di colui, che avendo a scegliere fra due sonetti, lettone uno disse: stampate l'altro, che peggio non può essere. La emulazione di questi due soldati forse necessitò il comando supremo del re, onde in lui si smussassero i puntigli, e, se così fu, anco questo si ha da deplorare come sciagura.

Pareva dovesse essere studiato con diligenza il campo delle battaglie imminenti, però che sia naturale guardare bene il luogo dove abbiamo una volta battuto il naso; ma non fu così: procedemmo a casaccio sul terreno che intendevamo ricuperare; i tedeschi che non n'erano padroni lo conoscevano palmo a palmo, noi non avevamo imparato niente; l'esperienza delle patite sconfitte era trascorsa via per le teste dei nostri condottieri, come l'acqua piovana per le doccionate, senza lasciarvi posatura. Tre modi ci si presentavano per condurre la guerra offensiva: espugnare una per volta o tutte assieme le fortezze, ovvero introdursi nel mezzo di queste, isolare l'una dall'altra, distruggendo per siffatta guisa la ragione strategica del quadrilatero; finalmente, irrompere nell'Austria pel Friuli da un lato e pel Tirolo dall'altro, occupare Vienna e buttare all'aria la Ungheria: qui grande l'acquisto, pari al pericolo; ma per concepire e mandare a compimento simili partiti audacissimi, ci vogliono capitani che si chiamino Scipioni, ed eserciti composti di romani; e poi alle monarchie non garba sollevare la polvere delle rivoluzioni, memori sempre che chi semina il vento raccoglie la tempesta: il disegno di espugnare le fortezze, lungo, pieno di accidenti, spegnitoio di militare entusiasmo; riprovato dai maestri di guerra, massime se il nemico tenga con un esercito potente la campagna. Dei tre concetti elessero il secondo. Pertanto il presidente dei ministri Ricasoli, il venti del passato mese, lesse alle Camere il manifesto di guerra contro l'Austria[9].

Nel giorno stesso il capitano La Marmora faceva sapere all'arciduca Alberto, che avrebbe messo mano alle armi tre giorni dopo la data del manifesto, lasciando in dubbio se il 23 o il 24: difatti doveva intendersi il 24, perchè il giorno che incomincia il termine non si comprende nel termine; invece egli principiò il 23, e questi mi paiono ganci diritti e gherminelle a uso Oudinot, cosicchè il capo di stato maggiore John rilevò il tiro quasi per uccellare il capitano La Marmora. Il fine della battaglia di Custoza certo fu dare comodità al Cialdini di traghettare il Po e stabilirsi sopra la sinistra sponda di quello: ora considera se si poteva far peggio; il Cialdini prima del 26, per quanti sforzi ci adoperasse, non poteva essere pronto a passare il fiume; le ostilità si ruppero il 23, la battaglia s'ingaggiò il 24; dunque vi era tempo sufficiente per l'arciduca Alberto di prostrare La Marmora diviso dal Cialdini; ma il capitano La Marmora si era fitto in testa che il nemico rifuggisse dalle difese del territorio fra il Mincio e l'Adige; fisima proprio non vera, nè verosimile, essendo stato munito cotesto territorio, dopo il 1848, da un semicerchio di fortilizi tra Chievo e Tomba; ma, che vuoi tu? Come madre natura fabbricò i gamberi, così fece il cervello del capitano La Marmora, perchè entrambi camminassero alla rovescia. All'opposto l'arciduca Alberto, ottimamente informato, si avvisa batterci sul terreno che il capitano La Marmora suppone deserto, ributtarci in Lombardia, poi voltarsi celere e baldanzoso per la vittoria contro il Cialdini; ed in conformità della presa deliberazione, lasciate di cheto le stanze lungo l'Adige, ordina ai suoi si facciano avanti, per occupare le colline tra Salionze e Sommacampagna. Il capitano La Marmora, che di ciò sa niente, comanda al Della Rocca si atteli col suo corpo di esercito tra Sommacampagna e Villafranca; al Cucchiari tenga in soggezione il presidio di Mantova; ai generali Longoni e Angioletti s'inoltrino fino a Marmirolo, e quivi stieno per riserva. Durando passi il Mincio, ma la divisione Pianell rimanga sopra la sponda destra; sulla sinistra il Cerale osservi Peschiera. Il Sirtori e il Brignone occupino le alture verso Sona. Ormai incaponiti nel supporre sgombro il paese, in mezzo del quale si avventuravano, comecchè prossimi ed in vista di due fortezze, procedono senza provvedimento di possibile battaglia, anzi senza neppure confortare i soldati di cibo e di bevanda, sicchè parvero padri scolopi che menassero alla prima comunione gli scolari da ventiquattro ore digiuni, non già capitani soldati alla battaglia[10]: seguivano le salmerie condotte da gentame di scarriera, che stava al soldo degli impresari, capace di mettere lo scompiglio in casa del diavolo. Anche nelle passate guerre si ebbe a deplorare simile disordine; parecchi generali, e il capitano La Marmora in particolare, lo seppero, lo videro, e non ci rimediarono.