Il papato ormai sa da parecchi anni e sente essere arnese di governo in mano ai principi, e ci si adatta; imperciocchè, oggi, malgrado la molta sua improntitudine, si periti a contendere con gli Stati per soperchiarli, mentre all'opposto lo miriamo spencolarsi fuori di finestra per dire: — O principi! o principi! se la mia corda sfilaccica, la vostra si disfà: oramai siamo diventati due debolezze, attortigliamole insieme, e vediamo se unite formeranno una forza capace a tenere legato per le mani e pei piedi anco un secolo il genere umano. — Non gli danno retta, ed a ragione, perchè promise sempre e sempre tradì; ed avendo i principi oramai ridotto il prete in servitù, non lo accettano socio: chi potendo comandare allo sbirro e al prete li patirebbe compagni? Chi con chierco si confida, come chierco è senza guida, dicevano i nostri vecchi. Tanto, in comunella co' preti, si corre sicuro il rischio di romperci il collo più presto; meglio vale perderci soli. Così la pensano parecchi coronati e, a parere mio, con giudizio, per questa volta.

Lo imperatore di Francia da tutte queste sottilità si aspettava un solenne sconquasso della intera Germania: era da sperarsi che la Baviera e gli altri Stati cattolici aborrissero la lega dei protestanti; la Danimarca cogliesse il destro per vendicare le patite ingiurie; il re di Annover con gli altri principi spodestati rimuginassero novità per tornarsene a casa; e pure veruna di queste previsioni si verificò, perchè, camminando sui trabiccoli, l'uomo finisce quasi sempre col fiaccarsi le gambe: cotesta politica dura, che fa suo fondamento la naturale necessità delle cose, governando la logica non i raziocini soltanto, ma sì e più i successi umani, nei primi si comprende; nei secondi si sente: in quelli persuade, in questi costringe, e se il concetto della unità italica ha potuto allignare in onta agli errori e ad ogni sorte contrarietà, egli è perchè cotesto fatto si palesava necessario nell'ordine morale e politico, quanto nel fisico la tendenza dei pesi al centro di gravità. Quanto poi la necessità del concetto possa sopra il suo buono esito, di leggieri se ne persuaderà chiunque consideri la Italia conseguisse il fine della sua unità al pari della Germania, questa vincendo, e l'altra perdendo battaglie: la necessità del fatto vinse la sventura: che se tu mi opporrai non essere riscattata tutta la terra italiana, io ti risponderò, che nè anche la Germania potè fino ad ora costituirsi in uno Stato solo: però quanti sono tedeschi si sentono inevitabilmente attratti alla unità germanica come l'ago della bussola al polo, e gli abbracciari, che adesso la fama racconta, dei due imperatori di Germania e di Austria non sono mica bugiardi; all'opposto sincerissimi, perchè l'uno tasta l'altro per conoscere dove l'avrà a stringere, per soffocarlo più presto.

Volete voi vedere qual sia la mente del prete verso la Italia? Il papa prega Dio, e confida in lui, onde non si riuniscano al capo della patria le parti, che ne durano avulse! Volete voi chiarirvi che la politica astiosa della Francia contro noi procede meno dall'uomo che dalla nazione? Mirate! Cotesta politica sopravvive ai funerali dello impero: non essa la ereditò da Napoleone, bensì Napoleone l'ebbe a provare parte della corona che s'imponeva. Dicasi quello che sentiamo, e quello che è vero: la Francia ustolò la guerra contro la Prussia, quasi esorcismo, il quale scongiurasse il fantasma di Sadowa, che le rimescolava le viscere della vanità, poi, ingenerosa, pretese lavarsene le mani a mo' di Pilato, ed ora più spasimante che mai ne arrovella, forse provocando i suoi ultimi fati, e certo tenendo in sussulto il mondo per presentimento di future guerre. Nizza e Savoia l'impero ingordo e fraudolento arraffò: forse la repubblica magnanima e leale le restituisce? Lo impero per libidine di dominio ci calcò nel cranio il triregno papale armato di punte; la repubblica si morde il dito, perchè abbiamo gettato da noi cotesto supplizio; e di più pigliasi cura di farci sapere che se non viene a rificcarcelo in capo non è per manco di volontà, bensì di potestà; rifatte appena le forze, tornerà allo esercizio dell'antica tirannide: ricresciuti gli ugnoli, ripiglierà a lacerare... e allora, qual cuore di uomo presumi che possa desiderare la cessazione dello avvilimento di Francia? Tu conduci il senno e costringi la pietà a invocare da Dio che colmi la misura della tua miseria, che ti cancelli dal libro dei popoli... Non maledite ancora, non vi sconfortate, il verme del passato rotto su la schiena si agita, ma non vive; pare che scontorcendosi minacci, e lo attortiglia lo spasimo dell'agonia... pensate a scavargli la fossa. La Francia adesso è in istato di crisalide, in breve (per quanto ci voglia fede robusta, nondimeno ardisco sperarlo) rotto lo involucro dell'ira, del cordoglio, della superbia offesa e della febbre di fastidire il vicino, volerà farfalla, simbolo della parte divina infusa nell'uomo dal suo Creatore.

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— Bene sarebbe stato non nascere, ma poichè venni al mondo, il meglio sta nell'uscirne presto. — Così favellava Curio, e provveduto in fretta quanto gli parve necessario al bisogno, s'incamminò verso Brescia. Tanto la passione lo teneva legato, che in andando egli non pose mente ai mesti volti, nè alle parole dolorose delle persone nelle quali occorreva: appena giunto a Brescia ei si fece a casa Cammilli amica vecchia della sua famiglia, e non v'incontrò anima viva; allora si avvisava recarsi alla dimora della baronessa Olfridi, vedova attempata, ma per patrii spiriti e per solerte benevolenza sul fiore della vita, ed anche lì tutto deserto; sceso daccapo sulla pubblica via, considera i passanti e mira quello reggersi colla mano la fronte, questo con ambedue farsi visiera agli occhi, uno desolato guarda il cielo, l'altro non ha balìa di levare la faccia da terra; lamentevoli le madri, dolorose le fanciulle; spirava da ogni lato un'aura di desolazione: un lutto grave opprimeva di certo la città.

Curio si accosta a tale, che giudicò alla sembianza cortese, per domandargli qual fosse la causa di tanto cordoglio; costui non lo badò neppure, e così gli accadde con altro e con altro fino a cinque, sicchè ne stava per rinnegare la pazienza; non lo sovvenendo partito migliore, si lascia trasportare dalla piena, la quale come fu arrivata sopra certa piazza si biforcò, parte continuando a camminare pel medesimo tramite, e parte volgendo ad altro lato: di vero taluni andavano alle porte per accogliere i sorvegnenti, mentre altri si affrettano a soccorrere gli arrivati all'ospedale. Curio fu co' secondi, e intantochè scorreva la via, riunite varie frasi tronche, costruiva la fiera notizia della rotta di Custoza, e quasi fosse poco, ecco aggiungergli trafitte all'anima le voci dello esercito sbandato; Garibaldi respinto, ferito... taluno accertava ucciso; immensa la strage degli italiani sopra le sponde fatali del Mincio. Nel salire le scale, Curio si sentiva sotto mancare le gambe, tantochè, per non cadere, ebbe ad aggrapparsi al muro; pure, innanzi di entrare nello spedale dove giacevano i feriti, i moribondi e, ahimè! anco i morti, ricuperò il coraggio, pensando al debito sacro che gli correva di frugare se fra quei miseri si trovasse parente od amico, e, trovatolo, sovvenire.

Stupendo colà l'andare, il tornare, lo strepito dei passi, la polvere continua sagliente dallo ammattonato al palco, l'afa degli aneliti fumosi; chi portava materassi, chi biancherie, spugne, secchi, di ogni maniera arnesi, scansandosi e urtandosi, — pietà ad un punto e maraviglia a vedere. La schiera delle formiche, arrovellata a riporre la raccolta nel granaio, quando l'urge lo inverno, non sarebbe similitudine capace a ritrarre cotesto, più che solerzia, spasimo di solerzia; e tuttavia non vi notavi confusione; comando e obbedienza, lampi pari; non pace mai, nè tregua; i chirurghi nonchè il sudore non si asciugavano il sangue; più prestanti di ogni altro le donne, massime le fanciulle, che con la intera anima riversata negli occhi attendevano ad adattare faldelle, a fasciare, a forbire.... La Carità supplice accennava al Pudore, che pel momento acconsentisse a starsi un po' indietro; ed il Pudore se ne andava adagio adagio alla porta ad aspettare le fanciulle quando sarebbero passate per tornarsene a casa.

Curio dardeggiava con gli occhi la faccia dei giacenti in cerca di persona amica, nè stette un pezzo ch'egli ebbe riconosciuto il maggiore Mainieri, soldato bravo quanto piacevole e arguto, amico grande di casa, quasi parente diletto; gli fu accanto di un salto; già lo avevano medicato; adesso se ne stava come assopito, eccettochè il dolore lo costringeva di tratto in tratto a far greppo con le labbra, donde però non usciva gemito alcuno. Vistolo in cotale stato, Curio maledisse alla sua avventatezza, e per tema di sturbarlo rimase immobile così, che la moglie di Lot, quando diventò di sale, a petto a lui non ci sarebbe stata per nulla. Ora a poco a poco due grosse lacrime formatesi nel cavo degli occhi del maggiore, sgorgano fuori, e dopo essere rimaste per alcuno spazio di tempo penzole alle sue palpebre come diaccioli ai merli di una rocca, gli cascano giù per le gote; e sembra che il maggiore se ne spaventasse, perchè di subito spalancò gli occhi quasi per trattenerle e per impedire che altri le vedesse, ma nè ei le trattenne, nè potè impedire che altri le vedesse, e Curio accostando il suo volto al volto del soldato con due baci gliele bevve, mentre vinto dalla passione, egli stesso proruppe in pianto, e lo bagnò con le sue.

— Non piango per me, sai; quantunque io senta che non ce la caverò liscia...

— O Dio, non me lo dite! Come state? Dove siete ferito?