— E voi chi siete?
— Io? Sono sua madre.
— Madre.... e che volete?
— La voglio accompagnare, la voglio vegliare, la voglio....
— Va tutto bene; ma, donna mia, ora capite che non si può tenere sul palco scenico; quindi occorre farla trasferire nella stanza mortuaria.
— Sopra la scala? Coperta da uno straccio purchessia?
L'assessore mortificato, si affrettò a rispondere:
— Oh! no: qualcheduno vada all'ospedale per un cataletto; ci riporrete dentro la morta e la porterete alla stanza mortuaria; se questa donna insisterà a vegliarla, non glielo vieterete; allora lasciatele una lanterna e serratecela dentro.
Ciò detto, premuroso di mettere fine a cotesta scena disgustevole, se la svignò.
Ora vuolsi sapere come la misera madre accovacciata su nella piccionaia fosse stata presente a tutto; da lei mosse la domanda piovuta dall'alto intorno alla qualità dell'accidente occorso alla Eponina, come la funesta risposta si era dipartita dall'orfana. Ella si precipitò senza indugio per le scale, ma, rinvenuta la porta del teatro, che metteva al palco scenico, chiusa, si pose lì ritta ad aspettare. Quando i coristi uscirono e l'assessore entrò, ella, côlto il destro, gli si cacciò dietro inosservata. Adesso sovvenuta dalle guardie trasse giù il caro corpo dalla turpe scala, ed ella assettatasi in terra se lo fece deporre nel grembo. La guardò, e: — Avessi un po' di acqua! — bisbigliò sommessa. E subito le venne portata l'acqua; gliela porgeva Natalizia. Trattasi il fazzoletto di tasca lo intrise nell'acqua e prese a lavarle diligentemente la faccia. — Ah! non basta.... susurrò da capo, e non aveva anche finito le parole che si rinvenne un altro pannolino in mano: ella lo prese senza considerare da chi le venisse: viva soltanto nel rendere gli ultimi uffici alla morta; poi le ravviò i capelli, glieli spartì sulla fronte, glieli compose con arte; all'ultimo le sollevò il capo e si mise a contemplarla per lunga ora senza gemito, senza pianto; guardatala e riguardatala un pezzo, a denti stretti mormorò: