— Ben ti ritrovo, Eponina, ma quanto diversa da quella che mi uscisti di casa!
L'orfana abbracciava sempre i piedi della sua signora, ed Isabella non l'aveva ancora avvertita.
Venne la bara, ci adagiarono il cadavere della meschina; la madre dietro; l'orfana, senza che alcuno ci badasse, si mise sotto la bara, ed in questo modo potè entrare anche essa nella stanza mortuaria, e rimanerci anche quando furono partite le guardie.
— Oh! adesso che mi trovo sola con lei, guardiamocela un po' senza soggezione.
E tolta in mano la lanterna, scoperse la bara e l'infelicissima madre esaminò sottilmente a parte a parte il cadavere. Rinnuovato quattro volte o sei l'esame angoscioso, depose la lanterna nel cataletto, ed ella assettatasi in terra sospirò:
— Non ci ha caso, è morta.
Si abbracciò le ginocchia, sopra esse appoggiò la faccia e non profferì più parola.
Alla domane, quando un poco di luce si fu messa nella funebre stanza, avendo levata la faccia, i suoi sguardi vennero a posarsi sopra Natalizia: non parve ne sentisse maraviglia, o paura; se non che l'eccesso dell'ambascia e il digiuno prolungato incominciavano a farla vagellare; le prime parole che disse sonarono delirio:
— Donde vieni, fanciulla? Chi ti manda? Se dalla parte di Eponina, parla presto, onde io possa contentare la povera figliuola.
— Vengo da me, signora Isabella; io sono una povera orfana che la sua figliuola raccolse, col suo pane nudrì, col suo spirito educò: la sventura, ecco, adesso l'ha schiantata; ella, senza volerlo, mi ha abbandonata, ma io non voglio abbandonare lei; quando la metteranno in terra, io supplicherò che mi seppelliscano nella medesima fossa e mi esaudiranno.