— Signora.... grazie di cuore... ma io non posso creare un debito, quando non sono sicura di poterlo estinguere.
— Di ciò non si prenda punto pensiero...
— Signora contessa, questo non mi consente la mia natura... manchevole come mi sento di ogni titolo alla sua benevolenza...
— Creda a me, signora Isabella, replica la contessa, tirata fuori dei limiti che si era prefissi dalla inopinata resistenza della madre di Eponina, ella ne ha forse più di quelli che non si potrebbe immaginare.
— Mi professo grata profondamente alla sua squisita cortesia; ma tanto è, non giunge a vincere la repugnanza di accettare danaro, che davvero non so come rendere.
Allora la contessa esitò, si fece in volto di fiamma, si calò il velo sugli occhi, e con voce bassa, e al punto stesso alterata, porgendo ad Isabella un piccolo portafogli sussurrò queste parole.
— Da dama onorata le giuro che questo danaro è suo.... che non monta neppure alla cinquantesima parte di quello che la infelice Eponina donò alla mia casa......
E più non potè dire; strinse la mano ad Isabella e si allontanò, sentendosi incapace a sostenere più oltre la dura prova.
Certo la contessa Anafesti operando a cotesto modo compì il suo dovere, e non in tutto; pure, chi voglia considerare la superbia, infermità ordinaria dei nobili, e i pregiudizi della infelice loro educazione, dovrà convenire che coteste sue parole furono veramente sublimi; almeno così parvero, per quanto ho sentito dire, al suo angelo custode, che cavatasi dall'ala una penna nuova, le scrisse con quella nel libro delle buone azioni della contessa per mostrarle poi, in punto di morte, come viatico di conforto allo eterno viaggio.
In questa guisa fu dato alla Isabella sopperire alla traslocazione delle reliquie della sua figliuola a Milano, dove la depose nel camposanto comune: non monumento, non lapide sopra la fossa di lei; distingueva le sue dalle ossa altrui una semplice tavoletta di marmo, dove si leggeva segnata una parola sola: «Dolor!»