Sarebbe stato studio proprio degno del pennello del Rembrandt. Marcello era solo dentro una stanza, e se ne stava seduto sopra un seggiolone a bracciuoli; la mano destra gli cadeva giù pendula; con la manca si agguantava il mento, perchè non gli cascasse interamente sul petto.

La massa della luce che pioveva giù dall'abbaino praticato nel soffitto colpiva in pieno il cranio calvo di lui; imperciocchè il dolore dove passa peli più dell'acqua bollente.

La faccia china restava nell'ombra; e, ahimè, qual faccia! Anche qui la sventura, essendosi compiaciuta a modellarla secondo il suo fiero talento, in un attimo l'aveva tramutata così, che della sua prima forma non n'era rimasto tratto.

Non sempre però Marcello si era rassegnato a tenere china la faccia: all'opposto, sentendosi un dì l'anima fornita di filosofia, e di salute il corpo, ardiva levarla in alto e lottare contro il destino: gli accadde come a Giacobbe; i fati e gli angioli non patiscono contrasti, e al pari di Giacobbe fu tocco, e rimase inaridito.

Certo giorno gli parve che, di sotto all'unghia di qualche dito della mano destra, gli entrasse un rettile diaccio nelle vene e gli corresse su dal gomito alla spalla, gli si avventasse al collo, glielo stringesse e con violentissime scosse tentasse svitargli il capo: allora cervello, occhi e tutti i muscoli della faccia gli si raggrinzarono; perduta la conoscenza, stramazzò cacciando fuori dalla bocca alito fumoso e schiuma; arrotava i denti così, che venne a scompaginarli tutti, ed alcuni ne cacciò via dall'alveolo; la lingua gli si spartì in due a modo dei serpi. Nè qui rimase, che dopo l'epilessia sopraggiunse la paralisi, tartassandolo in maniera da non riaversi più.

Ora poi accade di rado che egli ardisca levare il volto in su; troppo tardi: doveva pensarci prima; quando ti capita addosso una scionata bisogna sapersi aggomitolare in tempo: quando il cielo insanisce, non vuole essere guardato, molto meno provocato; terribili le ire di lui; egli ti flagellerà con la grandine, e se non basta t'incenerirà con la folgore.

Marcello mareggiava in tale stato, che dormendo gli pareva vegliare, e dormire quando vegliava; però mentr'era desto eleggeva un soggetto speciale di tribolazione, e meditando sopra quello sentiva come forarsi il cervello dal trapano del marmista; ma nella dormi-veglia le angosce gli giravano e rigiravano intorno al cranio, dandogli lo spasimo del taglio della sgorbia del torniaio.

Isabella schiuse piano l'uscio e si pose sopra la soglia a contemplare quel capo da lei caramente diletto nel tempo felice, e adesso nello infortunio due cotanti più; poi accostatasi in punta di piedi lieve sfiorò con un bacio il desolato. Egli però era talmente indolenzito, che anche un bacio lo trafiggeva acuto come un ago; quindi cessò di un tratto da mormorare i nomi di Arria, di Eponina, di Omobono, di Curio e di Fabrizio, com'egli senza intromissione costumava a modo dei devoti, quando mulinano il turbinìo del rosario; e aperti gli occhi belò:

— Mi hai riportato le mie colombe al nido?

Isabella, côlta alla sprovvista, non si potè reprimere da rispondergli con impeto: