Isabella, dopo che ebbe condotto a termine il racconto delle avventure di Arria, prese ad esporre quelle concernenti Eponina, le quali essendo state già da noi descritte, ci passiamo da ripeterle. Solo vogliamo avvertire che, quando Isabella giunse al punto del caso successo dal gioielliere di Dora Grossa, il dottore Taberni proruppe nelle medesime parole di quello: È un furto alla gesuita.

Dato che ebbe compimento Isabella al suo doloroso racconto, il dottore si accorse essersi assunto un impegno per ogni verso ingratissimo, tuttavia non volle mancare al debito: ci adoperò di ogni maniera cautele, come colui che temeva le fibre di Marcello indebolite così, che per ogni po' di peso cresciuto venissero a spezzarsi. L'esito non parve rispondere al triste presagio, imperciocchè egli assorbisse il nuovo affanno simile al mare che accoglie in sè qualunque grosso diluvio di acqua e non se ne commuove. Succede del cuore umano come della fiaccola della lampada; questa, consumato intero l'umore che l'alimenta, tace alla luce; su quello il dolore logora che abbia tutta la parte sensibile, ci può posare il capo come sopra un guanciale. Anche la morte ha la sua anticamera. Però certo giorno Marcello, quasi desto da lungo letargo, aperse gli occhi, e vistosi innanzi il dottor Taberni, fattogli cenno col dito di appressarsi, a lui con un filo di voce gli favellò:

— Dottore, avete mai conosciuto uomo più ricco di mali di me?

— Certo, quegli rispose, grandi, anzi infinite furono le sventure vostre.

— Ebbene, io ne patisco un'altra, la quale mi travaglia sopra tutte, ed è questa. Io non credo che il nostro Dio, come i Numi del paganesimo, pigli a schiantare a colpi di saette i figli di Niobe; e poi io non mi ricordo avere offeso Dio; quindi io non mi posso capacitare che una Provvidenza buona e giusta possa acconsentire che la sua creatura venga straziata fino alla disperazione. O non ci è, e buona notte; ovvero ci è, e allora non sapendo o non volendo provvedere, io la compiango.

— E chi compiangete?

— La Provvidenza, rispose Marcello, e chinato il capo sul petto non disse più nulla.

Marcello, come lo zio, fu trovato morto nel letto. La Provvidenza, nel cessare i suoi affanni, si mostrò vereconda. Isabella contemplò il cadavere del diletto compagno della sua vita senza lacrime, e come donna eletta dal fato a superare la Madonna dei sette dolori; e pur troppo le marmette nel campo santo col motto dolor arrivate fino a quattro, con quella di Marcello giunsero a cinque. Ella accompagnò il suo dolce consorte alla fossa, ella provvide a che egli fosse deterso, vestito, inchiodato nella cassa, insomma a tutto senza stringere le ciglia, senza corrugare la bocca, a passo lento e tardo; a cui la mirò in cotesto atto fece quasi credere non fosse favola la comparsa della statua del commendatore al festino di Don Giovanni. Seppellire i suoi cari, per lei era diventata faccenda ordinaria.

*

Eccola sola! Povera creatura! Di tanti figli e servi suoi, Isabella si trova sola; ma no, qualcheduno le sta allato e la consola. Non le si stacca mai dal fianco una fanciulla di forme egregie, rigogliosa di gioventù e di salute: soprattutto le sfolgorano gli occhi, i quali pare che accendano l'aria dintorno: stupendi certo quei divini raggi d'amore; peccato che patiscano di un mancamento.... e' non vedono! La fanciulla è cieca: miratela, ella si attenta mutare senza appoggio quattro passi o sei, di più no, chè si perita, e messa la mano al muro va a tasto. O chi è mai cotesta infelice? È un nuovo personaggio introdotto nel dramma? No: la conosciamo da parecchio tempo; ella è la Eufrosina, la figliuola del sergente Filippo, e come si trovi lì lo saprete a suo luogo e tempo: intanto non istate a immaginare che io abbia fatto Isabella calamita di disgrazie, ovvero che ella medesima avesse il costume di murarsi nel forno; no, il destino l'aveva tolta a bersaglio; come a quella della Parca alla sua rocca non mancava mai filo; aveva filato a mezzo una sventura, che la fortuna le ci apponeva subito canapa per un'altra: eppure durava: per poco tu avessi posato gli occhi su lei, ecco ti appariva quasi una quercia tocca dal fuoco celeste; la striscia della folgore ne solca la corteccia; questi sono gli stianti di cui l'ha ferita la saetta; le foglie ingombrano la valle e il piano, i rami le giacciono dintorno al tutto morti; certo ella non aspetta più la gloria delle mêssi primaverili, e nondimanco illesa nella midolla si ripromette per molti anni ancora offrire ombre contro gli ardori della canicola e asilo alla rabbia della tempesta.