E Curio sorridendo: — Il proverbio non mente: chi l'ha a fare con tosco non vuole esser losco.

L'altro, mesto, di rimando: — Se arguzia bastasse, beati noi! ma ora la patria mia abbisognerebbe quanto di pane e di aria, di alti propositi, di costanza e di uomini virtuosi; noi toscani forse un dì tutte queste cose abbiamo posseduto; adesso noi le perdemmo...

— Coraggio, fratello, riprese Curio, ponendogli la destra sopra la spalla, colui che si sente cuore per confessarle perdute, ha fatto più che mezzo il cammino per ritrovarle.

*

— O Filippo, dove diavolo mi meni? Questi corridoi bui fra le rupi, di cui non arrivo a scoprire la cima, mi danno immagine del laberinto di Creta, e più del Minotauro, che si avrebbe a trovare nel mezzo; io temo adesso che qualche macigno per acconto mi frani sul capo.

— Vieni oltre; potrebbe anco darsi, ma gli è di qui che bisogna passare.

— Oh! scopro gente..... per avventura sarebbero austriaci?

— No, sono dei nostri; cammina franco, che ad Ampola avremmo ad essere vicini.

Di fatti dietro l'ultima svolta della strada, passato la quale si va diritto ad Ampola, incontrano una compagnia di volontari condotta dal tenente Alasia, il quale avendo seco un cannone si divertiva con esso in pericoloso passatempo; però che dopo averlo fatto con diligenza caricare, sovvenuto da qualche compagno, lo trainasse fuori della svolta allo aperto, proprio nel mezzo della strada che mena diritta ad Ampola, dove gli dava fuoco, e subito dopo lo respingeva dietro il canto per ricominciare da capo.

Allo improvviso Curio ode chiamarsi a nome, e, posta mente, mira un ufficiale corrergli incontro a braccia quadre, che giuntogli dappresso lo abbraccia, lo bacia e co' più dolci appellativi lo careggia: