A codesta ora più agevole ordinarne che eseguirne il traslocamento; chè se scampo ci era, consisteva nel serrarsi; nè l'Haug se soprastava alquanto lo avrebbe comandato, ma, che che ne affermino in contrario, anche i costantissimi governa in parte la fortuna, la quale se prospera non vale ad esaltarli, avversa quasi sempre li esacerba.
Il Chiassi guarda il generale senza fiatare e si pone in assetto di eseguire il comando: giunto al cancello del cimiterio rifà i passi, ed accostatosi al conte Pianciani, aiutante di campo dell'Haug, gli stringe la mano dicendo: Addio. A rivederci, rispose l'altro, ma, com'egli stesso ebbe a dire dopo, lo fece per dargli animo, perchè in quel punto gli parve un'aura di morte investisse il povero colonnello.
Uscito dal cimiterio, il colonnello si accorse della sua compagnia essere successo quello che noi vediamo accadere ad una massa di neve flagellata dal vento, di cui i bioccoli, si sparpagliano da per tutto un po'; il Chiassi, non potendo più condurre da capitano, combatte da soldato; di un tratto traballa e cade: Curio e Filippo gli si mettono attorno: entrambi inginocchiati si chinano sopra la faccia di lui; egli non disse motto: li guardò, ora l'uno, ora l'altro, quasi per riconoscerli, e spirò.
Nobilissima creatura fu il Chiassi; di costumi austero, rigido nei giudizii; alto di forma e segaligno: pallido e di capelli già grigi, comecchè appena sopra la soglia della virilità; parlatore scarso, per non dire avaro: gli occhi colore di vetro e soprammodo lucidi; in massima parte essi gli tenevano luogo di lingua: se udiva cosa la quale gli paresse o indecente, o strana, o trista, guardava cui l'avesse profferita, e così pure costumava dove gli accadesse intenderne altra o arguta, o magnanima: diversi, e quanto, cotesti sguardi! E non di manco nè i primi corrucciati, nè i secondi blandi; sereni sempre, parevano piombini calati nell'anima altrui a scandagliarne la sua profondità.
Dura sorte la sua! La pietà sopra la sua tomba non pianse, o se sentì spuntarsi le lacrime, se le asciugò di un tratto pensando che se il piombo nemico non lo uccideva adesso, lo avrebbe morto più tardi la propria vergogna. La giornata, che noi abbiamo consumata in combutta con la monarchia, cominciò con un mattino di sospetto, ebbe un mezzogiorno di codardia e tramontò (seppure è tramontata) nell'obbrobrio. Il cortigiano, iena impaurita che sia per mancarle il cadavere nella fossa, urli quanto sa e si disperi, ma questo senta: che i soli, quando declinano verso il vituperio, tramontano per non risorgere mai più.
Ma la fortuna avversa non consentì lasciare in pace il dabbene Chiassi, quantunque sepolto; — perchè tre sono gli infortuni supremi che soprastanno all'uomo: morire in terra straniera, — avere sepoltura da mani sconosciute, — essere obliato da' suoi; eppure vi ha anche di peggio, e questo è la lode di persona indegna.
La lode dell'uomo retto davanti al popolo è libame sacro esalato da turibolo di oro. La Fama se ne rinfranca l'ale, sicchè ella le spiega bellissime come quelle dell'uccello di paradiso ai raggi del sole. La lode dell'uomo indegno sorge come fumo di paglia bagnata: contrista gli occhi alla Fama e la fa piangere. Ora l'anima del Chiassi ebbe a patire il preconio di persona non degna. I generosi lombardi pensino seriamente a purificarne il sepolcro dell'eroe.
Il nemico allaga da per tutto; i nostri, rincacciati dal cimiterio, si rovesciano giù sopra Bezzecca, e per certo spazio di tempo si trovano sotto una vôlta di ferro e di piombo, imperciocchè gli austriaci, oltre lo insistente assalto di fronte, incrociassero i loro fuochi da destra co' nostri, che battevano in ritirata a sinistra; però non provarono la vôlta tanto salda, che ad ora ad ora non ne cascasse qualche racchetta a modo di bolide, stritolando il misero che giungeva a percuotere.
Di male in peggio; la ritirata da prima in ordine, poi tumultuaria, all'ultimo disfatta; giù tutti di sfascio a Bezzecca; la strada chiusa con ogni maniera impedimenti; i cannoni, cura suprema dei comandanti, smontati dai carretti vengono tratti via con le corde; gli stessi generali si mettono alle funi, e così con isforzi incredibili si salvano.
Sopraggiunge il Garibaldi e si leva su ritto nella carrozza; il volto dell'eroe, quasi sempre sereno, adesso comparisce oscurato da ineffabile amarezza; molto lo angustia il dolore del corpo, troppo più quello dell'anima. Allo agitare che ei faceva delle mani, sembrava uno auriga della palestra elèa che tentasse ridurre al freno i cavalli imperversati; difatti lo sgomentava il pensiero che la vittoria gli avesse rubato la mano. Alla presenza di lui i combattenti ripresero un po' di balìa, ma e' fu fiato raccolto per ispirare l'anima.