Partito il commissario, Ludovico capì sarebbe stato inopportuno, forse pericoloso riappiccare il colloquio, onde cautamente se la svignava. Eponina rimasta sola si rimise allo scrittoio; le tremava la mano, e guardandosi il polso del braccio destro marcato attorno da un cerchio livido, pensò alla Maria Stuarda, quando ebbe a patire simile brutalità nel castello di Lochleven per parte del lord Lindesay[33]. — Ella sorrise di un cotale suo riso acerbo, e mormorò: — Ma costui era nemico, e questi?... E senza più attese a scrivere lettere alla contessa Anafesti in nome del figliuolo.
La lettera a un di presso parlava in questa sentenza: la fortuna, per le preghiere materne, essersi convertita in provvidenza; i negozi avere proceduto di bene in meglio, epperò trovarsi in caso di spedirle in un botto 60 mila franchi, i quali co' già mandati dovevano bastare pel saldo dell'ebreo Zinfi, e pel ritiro dei biglietti, che soprattutto premeva riscattare; non mettesse tempo fra mezzo a porgergliene avviso per suo governo.
Dopo questa lettera ne scrisse un'altra, la quale doveva arrecarle inestimabile travaglio, a giudicarne dalle goccie di sudore che le cadevano a quattro a quattro dalla fronte; la sigillò e la chiuse dentro un'altra lettera.
Dopo un quarto d'ora, comparve il suo amico principe Platow, che le portò la cambiale dei 60 mila franchi tratti sopra il banchiere Bellinzaghi all'ordine del traente, e da questi girata in nome di Ludovico Anafesti. Eponina nella smania di affrettarsi ci appose subito di propria mano la gira all'ordine della signora contessa; di che maravigliando il principe e sottilmente seguendo il moto della penna di Eponina, si accorse com'ella s'industriasse ad imitare la segnatura di Ludovico.
Allora balenò alla mente del principe lo intento di Eponina, ma questa, accortasi della sua inavvertenza, per non lasciargli agio di fermare troppo il pensiero sopra simile accidente, di subito levandosi lo pregava di accompagnarla con la sua carrozza fino allo ufficio della posta, per assicurare le due lettere, che ella spediva in Italia: per via gli raccomandava le portasse il conto del banchiere per soddisfarlo del cambio da piazza a piazza, che non poteva essere piccolo. Il principe, immaginando che da lei simili faccende s'ignorassero, aveva disegnato non farglielo pagare, ma ella ebbe avvertenza a tutto, e il modo col quale ella lo chiese parve tale al principe da torgli la voglia di disobbedire.
Intanto che la nostra egregia donna seguitava la sua carriera luminosa, le lettere giungevano a Milano, dove sortirono l'effetto da lei desiderato, conforme conobbe dalla lettera scritta qualche mese dopo dalla contessa al figliuolo, e da lei secondo il solito intercettata. Questa lettera da cima in fondo cantava gloria, osanna e alleluja. Pagato lo Zinfi giudeo; ritirati i pagherò e i biglietti falsi, da questo lato una pietra sopra ogni cosa; ma le buone al pari delle triste venture le sono come le ciliegie, però il giorno dopo che si aveva levato cotesto peso di sul petto, le si era presentato un signore, il quale, datosi a conoscere pel cassiere della casa O. Boncompagni e C., l'aveva chiarita come qualmente la prelodata casa Boncompagni e C., fosse stata vittima di un furfante matricolato, il quale aveva seco lei conchiuso un baratto di un milione circa di valori pubblici con altrettanti biglietti falsi del Banco di ***: aggiungeva riportarle i pagherò sottoscritti dal suo signor figliuolo conte Ludovico, a patto che ella gli retrocedesse i biglietti avuti in pagamento; averle recato questo disturbo perchè era stato avvertito che i biglietti si trovavano in possesso della signora contessa, e che ella era dispostissima a stornare il negozio: «Io, proseguiva la contessa, figurati se l'ho lasciata bollire e mal cuocere; però sull'atto gli ho dato i biglietti, e il cassiere mi ha restituito i tuoi pagherò dopo avermi fatto giurare per me e per te, sul nostro onore, il più assoluto silenzio sopra questa operazione, per non pregiudicare il credito della banca Boncompagni e C., e peggio il credito della banca a danno della quale erano stati falsificati i biglietti; promessa che di leggieri feci per me e per te, ed alla quale noi non mancheremo di certo. I tuoi pagherò, a scanso di fastidi, ho gittati sul fuoco. Adesso come piace a Dio non ci è più debiti in casa, non ci sta più sul collo il pericolo di vedere gettato ai cani quel po' di bene che ci resta. La cugina duchessa avere ricevuto consolazione da non potersi dire, dalle notizie che mano a mano le partecipava sul conto tuo; ti mette al quarto cielo, e se potesse ti metterebbe più in su: a tutti di te tiene proposito: ti tuffa pel ciuffo nelle lodi; e tanto si è data e si dà d'intorno, che ha persuaso il preclaro marchese di Cavedoni a consentire le nozze della sua figliuola Sofonisba con te: anzi l'altra sera ha parlato aperto, che se questo matrimonio si può fare, egli ti dà la sua figliuola non con una mano, ma con due. La dote sarebbe di 500 mila franchi, e di giunta le speranze e due zie quasi decrepite ottimamente provviste e piuttosto sviscerate che benevole di Sofonisba. Questa poi propriamente un angiolo, capitato non si sa come sopra la terra e smarrito una sera nel tornarsene a casa sulla via del paradiso: giglio di purità educato dalle suore del Sacro Cuore: turibolo di oro, donde s'inalzavano senza posa al cielo profumi di virtù e di santità: quanto a bellezza, certo in lei avresti cercato invano quanto di allettatore e di lusinghiero si accoglie nel volto delle donne mondane, ma nelle sue sembianze, quanto più le contempli e più ti posi: talenti molti e positivi, non lampeggianti da abbarbagliarti gli occhi, bensì luminosi di una luce modesta da rischiararti nei più oscuri laberinti della vita. Aggiungi ancora che il marchese Cavedoni, essendo coll'attuale ministro Jolicari o Palicari, come si suol dire, due anime in un nocciolo, egli si faceva forte ottenere al suo genero di schianto la carica di segretario di Legazione. La duchessa si mostra tanto infervorita in questo negozio, che ha fatto cantare un triduo pel suo esito felice. Ora dunque, figlio mio, considera se ci sia verso di potere onoratamente dare seguito alla pratica, ammonendoti che dove anco tu avessi assunto impegni morali, quelli tu attenga. Non credo doverti rammentare come il precipuo dovere del gentiluomo consista appunto nella osservanza delle promesse date; prima di darle bisogna pensarci due volte, ma ad eseguirle nè manco una. Tra l'orgoglio offeso delle nozze dispari e l'onore maculato non ha luogo scelta; ti desidero copioso di beni, ma più di onore. Capisco che non ti sarà agevole ritirarti dal passo che hai fatto, ma la via retta è la più piana; apriti con la giovane, e se veramente ella ti ama, potendolo col suo decoro, ella di gran cuore acconsentirà al tuo bene: imperciocchè quantunque sia amaro confessarlo a voi altri uomini, per cagione della vostra superbia, è un fatto che noi donne valiamo troppo più di voi, ecc., ecc.»
Eponina dalla lettura di questa lettera cavò tre conclusioni. 1ª Che se la signora Sofonisba non era gobba, sarebbe stato un miracolo. 2ª Che di finissimo acciaio era stata formata la contessa, ma la ruggine della vanità l'aveva rôsa più di mezza. 3ª Essere spediente consegnarla senza far dimora a Ludovico.
Gliela consegnò ella? Non gliela consegnò perchè dal detto al fatto passa sempre un gran tratto: anche l'anima più risoluta, sul punto di pigliare irrevocabilmente un partito, il quale di punto in bianco le scombussola costumanze, abiti di vita, reliquie di affetti e intenti, che un dì invasero tutto il suo essere, ondeggia, o piuttosto tenzona con violenza fra il sì e il no; — non gliela consegnò, perchè, essendone stata distolta un giorno da continue distrazioni, un altro dall'esaltamento dell'esercizio musicale, un terzo e un quarto dai trionfi continui, si formò una settimana, dalla settimana il mese, e la cosa cascò nel dimenticatorio.
Ma quello che ciondola, all'ultimo ha da cascare, sicchè quando Eponina se lo aspettava meno, ecco venirle addosso una inopinata ventura; certo giorno che ella se ne stava seduta davanti al piano-forte, dando una ripassata a certe arie della Straniera, che ella si era impegnata a cantare quella medesima sera, la serva le presenta una carta da visita dov'ella lesse: «Contessa Anafesti nata Trittolemi.»
Le diede un tuffo il sangue e sentì rimescolarsi dal capo ai piedi; tutta tremante ordinava alla cameriera: