E non ci è rimedio; neppure il senatore Casati se ci pensava un mese avrebbe saputo accozzare tanti spropositi, quanti costui ne mise insieme in un minuto.

Eponina riscotendosi si trova presso l'uscio della stanza; allungato il braccio agguanta la maniglia, e voltasi al principe con voce alterata gli favellò:

— Dunque sono io tal donna da non potere diventare moglie di un uomo, se prima non figuro scheletro a piè di un catafalco? Amore egregio davvero quello del principe Platow, il quale non sa offrire per talamo che un cataletto!

E aperto l'uscio, scomparve.

Eponina, pensando ai casi suoi, considerò come il partito che le rimaneva migliore stesse nel partirsi da Pietroburgo più presto che le fosse stato possibile; molto più che oggimai veruna causa la trattenesse in cotesta città; però le si fece sentire il bisogno di adoperare straordinaria cautela, chè la passione del principe le parve pur troppo di quelle che stanno a un pelo per diventare frenesie, al quale effetto, deliberata di valersi dell'opera della sua cameriera russa, serva affrancata di sulle terre dello imperatore, giovane svelta da levare il pel per l'aria, ed a quanto pareva devotissima a lei; si restrinse con essa, e prima di aprirsele, per iscoprire marina, la interrogò se si sarebbe maritata volentieri con Yanni, maestro di casa, in cui Eponina avendo posto confidenza grande viveva sicura, che l'avrebbe seguitata in qualunque parte le fosse piaciuto condursi. Katinka, che tale avea nome la cameriera, rispose subito a faccia tosta di no; onde Eponina, contrariata, ebbe a dire: sono uscita di casa col piè sinistro. Bisognò pertanto andare in traccia di altro ripiego, senonchè mentre stava cercandolo, ecco che le venne fatto di scoprire che Yanni e Katinka di pienissimo accordo avevano camminato nel medesimo veicolo, più miglia verso il paese del santo matrimonio, che a lei non sarebbe piaciuto conoscere; di che assai s'impermalì, e fece alla cameriera una ramanzina da levarle il pelo; ma la Katinka tutta umile si scusava col dire, lei avere dubitato che le interrogazioni della signora fossero per tastare il terreno, e chiarito il dubbio avrebbe dato il puleggio all'una o all'altro e forse a tutti e due, non garbando ordinariamente ai padroni tenere per casa marito e moglie. Non parve questa buona ragione ad Eponina, sostenendo ella che la giovane con lei doveva venirsene liscia; dopo tante dimostrazioni di affetto meritarsi schiettezza fraterna (come se il proverbio mancasse di avvertire, che amore di fratelli è amore di coltelli), e la presente furberia male confarsi con la ingenuità mostrata per lo innanzi: ai quali rimproveri la Katinka rispose breve con una sentenza, che Eponina ebbe cura di notare nelle sue effemeridi: «Signora, io sono serva affrancata, ed ella lo sa. Ora i padroni ben possono liberare da un punto all'altro i servi dalla catena del servaggio, non possono dai vizi di quello: la servitù fa all'anima il medesimo effetto del nero nel corpo; anche dopo tre o quattro generazioni di neri con bianche, o di bianchi con nere, il nero si distingue sempre. La finzione è l'unica arme difensiva che il servo possa adoperare contro il suo signore.»

Meglio che registrarla nel taccuino, bisognava riporsela nella mente; ma ciò non fece Eponina, e non ne trasse profitto, perchè la superbia persuade facilmente la creatura umana che incontrando la regola questa debba scansarsi con una eccezione per lasciarle libero il passo; e questo è scoglio dove rompono spesso i più perspicaci intelletti.

Pertanto fu stabilito che si sarieno fatti gli apparecchi pel viaggio colla massima segretezza. Yanni e Katinka avrebbero messo in isquadra il loro connubio con l'aiuto del papasso, continuando nel servizio presso Eponina: la mobiglia fu venduta alla rinfusa, ed anco per questa volta bisognò ricorrere all'ebreo Anania, il quale avendo subodorato il negozio, fece in un dì le sue vendette della ingiuria patita allorchè ebbe a pagare un terzo solo meno le gioie del monile donato dalla imperatrice ad Eponina.

Però giova procedere giusti con tutti; quando l'ebreo compra a taccio, se non si contenta neppure avere la roba a mezza gamba, quasi lo scuso, imperciocchè vecchio, io osservai nella sua bottega oggetti che ci vidi da giovane: limbi di rigattiere privi di speranza di redenzione.

Yanni si raccomandava a mani giunte e poneva ogni sua diligenza ad osservare il mistero; perchè se il principe avesse preso fumo della cosa, guai a tutti, massime a lui. Se alla signora talentasse conoscere di che il principe fosse capace nel male, lo argomentasse dal modo col quale egli talvolta praticava il bene: trovandosi governatore in Tartaria, preso dal santo desiderio di guadagnare anime al Signore, propose a certa tribù di tartari ridursi alla fede di Cristo, e poichè costoro tentennavano, ei li fece pigliare dai suoi dragoni, spogliare, legnare, e così ignudi e bastonati scaraventare nel fiume Tehoulima; il prete intanto recitava la formola del sacramento del battesimo, e così uscirono dalle acque battendo i denti e cristiani. Il principe raggiante di giubilo si fregava le mani, esclamando: «Non ci è verso, bisogna mandarli in paradiso coi dragoni!» Difatti ce ne mandò parecchi, ma oltre i dragoni ci adoperò l'acquavite, perchè, avendone fatta ministrare loro un boccale a testa onde celebrassero tanta solennità, tra il quarto ed il quinto dì la maggior parte basiva per infiammazione. Di questa razza benefattori della umanità ce ne nasce in Russia. Ed invero il principe, il quale non era ricco di partiti, si limava in questo frattempo a cercare modo di assettare il suo amore, ma più ci pensava e meno ne trovava il bandolo, dove non si risolvesse a rapire Eponina e trasportarla in qualche suo remoto castello, quivi battezzarla coi dragoni. Il russo tornava a galla! Ma lo tratteneva la considerazione che queste imprese anche in Russia non costumavano più, dove anche in Corte dopo lo esempio della imperatrice Caterina in fatto di morale si procede in punta di piedi: il principe della morte ne avrebbe fatto caso quanto di un bicchiere di cognac, ma vedersi cancellato dalla lista dei ciambellani di S. M. era supplizio tale, ch'egli non valeva a sopportare nè anche in immaginazione.

Mentre il povero principe si tribolava nel martirio che gli innamorati hanno comune con S. Lorenzo, ecco farglisi contro un servo e dirgli che la principessa sua consorte mandava per esso, ed egli andò; entrato in camera la inferma gli disse: avere ricevuto or ora le lettere dalla posta, e fra queste una che ne chiudeva un'altra per lui, con preghiera di consegnargliela in proprie mani; cosa ch'ella faceva; ed in così dire gliela porse.