E per dirla alla maniera di Omero, rallegrarono il cuore co' doni di Cerere e di Lieo; e per essere in riva al mare forse non mancarono anche quelli di Nettuno.

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All'alba la donna andò alla messa, chiese del parroco, e gli aperse il desiderio di fare la confessione generale: durante tutto cotesto giorno procurerebbe esaminarsi la coscienza per bene; domani alla medesima ora tornerà da lui; intanto le celebri una messa secondo la sua intenzione, e gli porge un biglietto nuovo di banca di venticinque lire: certo, di argento o di oro avrieno fatto meglio figura, ma quello che vi è dato pigliate; lo dice anche il Vangelo; però il prete lo acciuffava con la bramosia del gatto, e se il guanto non la riparava, avrebbe graffiato la mano all'Amina: allora questa gli chiese in grazia di somministrarle il necessario da scrivere lettera alla madre sua, perchè a casa non lo avrebbe potuto fare liberamente a cagione... e qui chinò la faccia suffusa di rossore, aggiungendo a voce bassa, quasi paurosa che altri la sentisse, — a cagione di un uomo che la vigilava. Il prete mangiò, o piuttosto credè mangiare la foglia per aria, e nel presagio che Dio non si sarebbe rimasto a quell'unica mandata di manna, si affrettò rispondere:

— Padrona, padronissima, favorisca in sagrestia che troverà l'occorrente.

Amina, condottasi là dove la menò il prete, si mise a scrivere, empiendo presto presto ben quattro pagine di carta; piegò, sigillò diligentemente e si raccomandò al curato, affinchè portasse subito la lettera alla posta e l'assicurasse. — Magari! disse il prete, disposto sempre ai comandi di vostra signoria illustrissima, — e si separarono. Il curato, avviandosi con celeri passi all'ufficio postale, lesse nella sopraccarta: Alla nobile donna la signora marchesa Elvira M. nata S., Via S. Carlo, n. 12. (Urgentissima). — Eh! eh! lo aveva detto io, qui gatta ci cova. — E mentre sprofondato in cotesto pensiero non bada dove pone il piede, ecco investe l'accattona solita a mettersi accoccolata di fianco alla porta di chiesa, cagionandole una sconcia stincatura:

— Corvaccio! strillò costei, tu possa andare allo inferno prima di sera.

— E tu in paradiso subito — rispose il prete, e scappò via.

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Sul fare del giorno, in una via traversa di Nervi, quasi nascosta sotto i rami di un gruppo di salici, si vedeva ferma una carrozza polverosa; se dentro ci fosse gente non si poteva scorgere, essendo le tendine abbassate; il cocchiere a cassetta dormiva; un altro servo vegliava ritto alla testa dei cavalli; dopo non breve ora la campana della parrocchia squillò il primo rintocco dell'Ave Maria; allora si aperse adagio adagio uno sportello della carrozza e ne uscì una donna avvolta nel cappotto e incappucciata; accennò al servo vigilante, che le andò incontro qualche passo, sicchè ella potè a voce sommessa susurrargli:

— Merlo, fa' di trovare l'albergo che ci hanno indicato; bisogna tu riponga il legno in qualche scuderia affatto sgombra, perchè non vo' che veruno lo guasti: e poi era guasto, non era; ci facciamo il sangue verde e bisogna succiarci il danno; i cavalli poi metterai dove ti resta più comodo; dirai al locandiere che avendo a parlare al signor curato, mi ci sono condotta subito; molto più che avendo sentito sonare a messa non ho voluto mancare di udirla; fa' allestire il quartiere più appartato che sarà possibile: poi vienmi a prendere verso la chiesa, perchè mi sento le ossa rotte ed una fame da lupi; e tu non devi canzonare; il vino non ti raccomando; solo ti dico che berrai con me alle mie bottiglie; guarda se trovi del cognac buono: provvedi un mazzo di sigari, quelli che aveva meco ho fumato tutti. — Fatti in là, furfante, disse la donna dando una spinta solenne nel petto a Merlo, che gittatole un braccio al collo pareva si disponesse a baciarla, ti sembra questo il tempo e il luogo, e senz'aspettare altro si avviò verso la chiesa. Il servo dal canto suo si allontanava come un can mastino bastonato.