— Per Dio! sei pure curiosa. Talora mi daresti venti punti ai quaranta; talaltra inciampi in un filo di paglia e stramazzi; se quando ti fai il bolo ci metti dentro minore dose di morfina che puoi, la sua virtù si spiegherà meno intensa e più tardi.

— Io lo confesso, l'ultima mano mi manca, ma tu duce e maestra, mi perfezionerò.

— Se lo scambio della morfina con la polvere della gomma arabica ti riesce, allora fingi sonnolenza, spossatezza, conati al vomito; ti gratterai le braccia e il collo come se un prurito insopportabile ti tormentasse; l'emetico allora ti ministrerò io; da te non far nulla: penserò io a mescolare il solfato di zinco col vomito; hai capito?

— Ho capito; ma da che mi accorgerò io che l'avvelenamento di Omobono è diventato irrimediabile?

— Zitto... il campanello annunzia la elevazione dell'ostia; raccomandiamoci a Dio che non ci levi le sue sante mani di capo...

Dopo la scampanellata finale, che annunzia ogni cosa al posto, Elvira ripiglia:

— Sta' attenta; si presentano due periodi; nel primo egli si dorrà di sete, di stimolo a spandere acqua e d'impotenza a farla; anche in lui i conati al vomito e la languidezza; poco dopo la salivazione continua, le pupille contratte, le sembianze abbattute; nel secondo periodo: svagellamento, ubbriachezza, perdita di conoscenza, sonno profondo; tu capisci come questi accidenti avvengano di tanto più presto quanto maggiore sia la dose del veleno amministrato; posto che pigli la morfina alle ore otto di sera, verso le undici la dovrebbe esser messa finita... Oh! Dio, facciamo presto, che appunto la messa sta per finire, ed io ho da dirti tante altre cose... Verso quest'ora verrò sotto le tue finestre; tu mi getterai; no, meglio calare; hai fune in casa?

— No.

— L'ho portata io; eccola; nascondila sotto il cappotto.

— Intorno al giardino ricorre una siepe folta di allori; appiattati lì e non ti movere se prima non vedi un lume alla finestra sotto la quale tu devi venire...