— Mamma! mamma mia, reggimi il capo.

— Su, carina mia, coraggio... o Dio, o Dio, ti ringrazio, la medicina opera.

E giù vomito a scroscio; mentre Amina appoggia il capo al seno della Elvira, e vomita nella catinella, questa, fingendo aiutarla con le mani, le cava dal seno i boli della morfina e li mescola col reciticcio. Tranquillatasi alquanto la madre pietosa, le porge a bere caffè a ciotole, mostrando tuttavia accesissimo zelo anche pel giovine avvelenato; ma con lui erano pannicelli caldi: vennero il medico e lo speziale.

Il medico, dopo visitata diligentemente Amina e le materie serbate nella catinella, giudica che a parte le conseguenze del disturbo morale, intorno a cui non si poteva garantire nulla, dove si continuasse la cura del caffè e di altre bevande acidulate con aceto, limone, acido tartarico e simili, la considerava fuori di pericolo: all'opposto, il caso di Omobono parergli disperato; ad ogni modo avrebbe fatto ogni sforzo, ma, per operare, di due cose avere supremo bisogno: quiete e libertà; sgombrassero la stanza tutti, massime la giovane signora, della quale la permanenza prolungata in cotesto luogo era di danno inestimabile.

— Se però non fosse assolutamente necessario... osservò il pretore.

— Necessarissimo, et in primis et ante omnia, confermò il medico.

— Ma che diascolo! Lo vedrebbe un cieco, ribadì il prete, cui, memore del goffo omicida della sua primiera, non parve vero di dare una trafitta al pretore.

Allora Elvira, usa a chiappare le occasioni a volo, chiamato in disparte il medico, lo tastò:

— O non sarebbe meglio che io me la riconducessi a Milano?

— Magari! Ma con questo boccone di scossa io non garantirei.