Elvira levò la faccia al cielo quasi per chiedere una ispirazione, e la ispirazione le venne, ma non dal cielo, e la ispirazione fu questa: — Lasciala morire, ti piglierai tutta la moneta per te.

Senonchè Amina ammiccandole con gli occhi desse retta, le aggiunse: — Ma ne ho preso poco; nè mi potrebbe uccidere; — levami di qui, Elvira; io non posso più reggere.

Allora Elvira incominciò a gridare, si affanna, manda sottosopra ogni cosa; ordina ammannissero caffè, corrano pel medico, vadano per lo speziale, portino di ogni ragione emetici: acqua calda... acqua calda, ci vuole.

Avuta acqua calda, la Elvira ministra all'Amina il solfato di zinco e poi acqua; e intanto che a voce alta la conforta a darsi animo, a voce bassa interroga:

— Le prese di morfina dove sono?

— Qui in seno.

Allora Elvira, al fine di divertire l'attenzione da lei, strepita:

— E voi altri movetevi; fate lo stesso con cotesto sciagurato; se non può aprire i denti, schiudeteglieli a forza; cacciategli in bocca questo vomitatorio; se riusciamo a farli recere, sono salvi... su, prete... presto pretore... maresciallo, mi raccomando anco a voi... a lei, signor Luigi Bigi, o che mi stilla lì ritto come un palo da pagliaio... Amina, come ti senti? Come ti par di stare? Ti senti smovere? E voi altri, con quel disgraziato, venite a capo di nulla?

— Di nulla; io lo faccio sbasito, rispose il maresciallo; e' pare che, più che col veleno, si sia ammazzato col cognac.

— Ch'è il peggiore dei veleni, osservò Elvira, calunniando perfino questo suo amico fedele.