Uno si assise dirimpetto all'altro; parevano di marmo; la vita intera negli occhi. Omobono prese un bolo, lo mise nel cucchiaio, che empì di acqua, lo accostò alla bocca, e levato il capo giù il primo. In questo mentre l'Amina s'industriava scambiare i bocconi di morfina con quelli già ammanniti di gomma arabica, ma non le riuscì; il freddo le penetra le ossa e la paura le toglie il consiglio; sicchè a lei pure è forza trangugiare un bolo di morfina. Omobono, preso ormai pei capelli dal fato maligno, ingola il secondo; Amina, tremante a verga, si apparecchia ad imitarlo. Chi la salva adesso? Quello che nè anche il diavolo ora potrebbe, lo farà Amore.

Cotesta vista rimescolò nelle viscere il povero Omobono, che l'amava tanto, onde balbuziendo parlò:

— Aspetta, cara infelice... mi manca il coraggio di vederti pigliare il veleno... lascia ch'io mi volga altrove... e poi avvelenati... Amina, abbi pietà di me.

E con supremo sforzo agguanta i due boli rimasti su la tavola, e senza soccorso di acqua, cacciatisegli in bocca, li trangugia. Così Amina ebbe agio di sostituire la gomma arabica al secondo bolo della morfina, la quale si ripose in seno.

— Ora, soggiunse Omobono, adagiamoci sul letto; si levò, ma traballava, non mica per virtù del veleno, che sarebbe stato presto, bensì per la commozione; si versa un bicchiere da tavola di cognac e lo manda giù di un tratto; poi un altro: ed all'Amina che gli avvertì: — che fai? — egli rispose ghignando: — tanto più che morire non si può. — Quindi con la bottiglia in mano, che posa sopra la comoda da notte, a tastone trova il letto e vi tracolla sopra di sfascio: — Ora, gorgogliando continua, ora, Amina, vienmi a morire accanto.

Amina si sentiva impietrita: Omobono cominciava a tronfiare, indi a poco piglia a lamentarsi: — Da bere... ahimè! ardo... da bere, e stesa la mano alla boccia ingozza cognac. La efficacia del veleno si palesò in lui oltre l'aspettativa sollecita; la salivazione tanto copiosa lo molesta, che non potendo sputarla gli si rovescia per le guancie e pel mento, lasciando su le labbra bolle di bava; con le mani sempre in moto si straccia le vesti e la pelle, tanto lo tormenta acuto il prurito; i tratti del viso da un punto all'altro gli si tramutano sì che non pare più quello; per ultimo chiude gli occhi russando cavernoso.

— E tutto questo perchè se ora ti manca il coraggio di coglierne il frutto! — per darsi di sprone diceva irridendo se stessa Amina, sentendosi inchiodata sopra la seggiola; e cupidità vinse paura; sorse in piedi, e le bastò l'animo di accostarsi al letto dove giaceva Omobono, con l'indice e il pollice sollevargli le ciglia scrutandogli le pupille, che riscontrò orribilmente contratte; lo chiamò eziandio più volte: «Omobono, caro Omobono... sentimi, riscotiti... rispondimi, via, amor mio». Nulla! — Adesso è il tempo, ella disse, e gli prese di tasca la chiave del baule, lo aperse, n'estrasse il portafogli, che pose sopra la tavola: smoccola la candela perchè mandasse più lume, e reggendosi a stento si accosta alla finestra, ci si affaccia, e la voce di Elvira la percuote subito che dice: «Sono qui».

Il portafogli fu calato, la finestra richiusa in fretta. Amina si fa a serrare il baule e a rimettere la chiave in tasca ad Omobono: allora si accorge come non abbia badato ad altro portafogli di volume molto minore, il quale, aperto da lei, mostra un'altra quantità di biglietti di banca; le pareva tentennare fra la morte e la vita, e tuttavia non sofferse lasciarli; s'ingegnò adattarsi intorno alla vita il portafogli, e sebbene cascasse dal sonno ci si rifece più volte, finchè non le parve averlo celato per bene sotto l'abito stranamente foggiato che costumava a quei dì. Allora soltanto pensò all'emetico, e, strano a dirsi, non gli riuscì pigliarlo; per le membra le si era insinuato un torpore che non le dava balìa di alzare le braccia; quanto più voleva tenere ritto il capo, tanto le ricadeva sul petto peso come il piombo; ed anche la lunga tensione dello spirito in opera di delitto l'aveva rifinita di forza moralmente e fisicamente: si acchiocciolò sul letto voltando le spalle al corpo di Omobono per paura di vederlo, se per caso le venisse fatto di aprire gli occhi, e così stette finchè non sentì picchiare forte l'uscio, e al colpo tenere dietro le parole: «Aprite in nome della legge» e così per più volte; non rispondendo alcuno, con una spinta solenne schiantarono l'uscio dagli arpioni, e dentro rovesciansi prete, pretore, giandarmi, Luigi Bigi e l'Elvira. Alla vista del fiero spettacolo mandarono tutti un grido di orrore. L'Elvira si precipita sopra Amina, del suo corpo la cuopre, l'abbraccia, la bacia, co' più cari nomi l'appella, e intanto le domanda sommesso:

— Hai preso il veleno?

— Sì.