Elvira, ripreso fiato, narrò (era la quarta volta che la raccontava, sempre con aggiunte e correzioni) la pietosa storia alla pretoressa, la quale ne pianse tanto da immollarne due fazzoletti; allora Elvira conchiuse col pregarla ad esserle favorevole per ismovere il pretore a non impedirle di ricondurre la figliuola a Milano; ella non poteva trovare il terreno più sollo, perchè ci ebbe appena pigiata la vanga che ci entrò fino al manico, e le diceva: «non se ne desse pensiero; lasciasse fare a lei; non ci era a dubitarne nemmeno; niente niente nicchiasse il pretore, l'avrebbe dovuto contrastare con lei.» E così via, come costumano le donne, quantunque eccellenti, dove si reputino cardini della famiglia. — Elvira, tratto fuori un biglietto da cinquecento lire, lo esibì alla povera donna, la quale, diventata rossa come una fiamma di fuoco, lo rifiutò esclamando: «O che per un po' di opera buona ci è mestieri pagamento? Da quando in qua si usa comprare anche due parole di carità?»
— No, buona signora, rispose Elvira, la carità non si compra, nè si vende; ma poichè la beata Vergine mi ha fatto la grazia di salvare questa mia diletta figliuola, è debito di cristiano mostrare la propria gratitudine alla madre di Dio facendo un po' di bene al proprio simile; e questo debito tanto più preme a me, che la Provvidenza volle colmare di ricchezze. Avrei pertanto voluto spedirle da Milano una cassa di vestitini per i suoi interessanti bambini, ma ella, ch'è donna di giudizio, comprende a colpo di occhio che troppo triste cure mi attendono a Milano, ond'io possa, come pure vorrei, badare a ciò: quindi la prego a volersi pigliare questo carico per conto mio, e ciò con tanta maggiore opportunità, che qui il sarto li potrà provare alle creature prima di cucirli e a questo modo farli tornare a pennello a loro dosso.
Ah! interesse, interesse, quando tu ti ci metti in casa entri sempre, perchè se tu picchi all'uscio nel medesimo modo, diverso è il grido col quale accompagni il picchio, ed ora preghi per lo amore di Dio, ora per l'amore del prossimo, ora per l'amore dei figliuoli, sicchè l'amore tira la corda e si accorge tardi avere albergato un serpente.
Il pretore tornò a casa all'alba, nè solo; con lui vennero l'albergatrice di Amina e il Merlo, rinvenuto dalla sconcia ubriachezza; la Elvira, appena lo vide, gli fece una squartata da levare il pelo: bel capitale ci era da fare di lui, dominato ogni dì più dal turpe vizio del vino; troppo abusare della sua bontà; pensasse che ogni libro aveva il suo fine; quello della pazienza come ogni altro. Ma il Merlo, fattolesi dappresso, a voce bassa e in atto di ossequio le susurrò.
— Ci conosciamo, buona lana; se tu mi hai lasciato ubriacare, senza ubriacarti, è segno che ci avrai avuto le tue buone ragioni: quante volte ci siamo ubriacati insieme! Smettila una volta, che mi sento stufo di essere maltrattato da te, hai capito?
— Andiamo via, Merlo, fatevi perdonare il trascorso passato attendendo ad eseguire quanto sarò per comandarvi.
Ora si tira innanzi la vedova locandiera dell'Amina, e implora piangolosa pagamento del fitto e indennità per la rovina patita; era stiantata di sana pianta; chi da ora in poi avrebbe abitato casa sua? Si raccomandava in visceribus; e fu vista inginocchiarsi e così genuflessa camminare dietro Elvira, la quale, uggita della improntitudine, si volse a Merlo dicendogli:
— Vedete di accomodare per la meglio questa donna. Non sono mica morta io in casa sua; nè il morto mi appartiene, senonchè per la trafitta che mi ha dato nel cuore: d'altronde egli lascia una eredità; si faccia pagare da quella.
— Aggiusterò io questa faccenda, intervenne a questo punto il pretore, ed Elvira con bel garbo gli disse:
— L'avrò per grazia; — e qui ella si volse da capo al curato con queste parole: — Reverendo, io non le chiedo accompagnare quel povero morto al camposanto.