— Di fatti io non la potrei servire.

— Ma non ci sarebbe verso di fargli dire un po' di bene.

Impossibile!

— Me ne rincresce; avrei voluto erogare un po' di danaro in suffragio dell'anima sua... non ne parliamo più.

— Ecco, signora, come si potrebbe fare: ella avrebbe a commettermi quel numero di messe che a lei sembrasse spediente, da celebrarsi secondo la sua intenzione, ed ella le applicherebbe in pro dell'anima del defunto: io voglio credere che le faranno bene, alla peggio male non glie lo faranno, e' sarà come della nebbia, che lascia il tempo che trova.

Così rimase stabilito con mutuo gradimento; gli altari smagliarono di candele; le chiese echeggiarono dei soliti canti; di su, di giù la solita schiera fosca dei preti, come formiche alla busca del grano.

Il pretore, battuto in breccia da tante parti, non seppe negare la istanza che le reiterava la marchesa, molto più che il maresciallo gli faceva osservare fin lì non esserci querela, nè egli poteva pigliarsi da sè le parti di giudice istruttore: quanto spettava a diligente magistrato essere stato da lui adempito. Assicurato tutto; dalla stanza mortuaria non estratta nè manco una spilla, nequidem acicula; di ciò essersi accertato mercè la perquisizione rigorosissima anche su le persone, senza distinguere qualità nè sesso; ciò resultare dal suo rapporto; cavato appena dalla stanza il cadavere si apporrebbero i sigilli; e buona notte sonatori. E come vorrebbe ritenere egli la giovane signora? In carcere? Dio ne liberi! Gli correrebbero dietro fino le pietre e potrebbe uscirne chi sa che diavolìo anche pel governo, il quale (a quest'ora il pretore lo avrebbe a sapere com'egli maresciallo) ama lo zelo e lo raccomanda, a patto che non metta campo a rumore. O piuttosto la lascerà a piede libero? E allora, o che difficoltà trova che ella così si stia a Milano, piuttostochè a Nervi? Molto più che a Milano dovrà istruirsi il processo.

E fu alla Elvira efficace avvocato il maresciallo, uomo atticciato, tuttavia giovane e svelto da levare il fumo alle schiacciate. La Elvira, un po' pensando al presente e molto all'avvenire, gli volle donare un bellissimo anello, e ad accettarlo non potè dire avere patito violenza il maresciallo. Questo anello, non senza sua grande sorpresa, l'Elvira, dopo un mese lo rivide a Milano in dito alla marchesa Zelmi. O com'era ita? chi lo può dire? Rammentate voi quel siciliano che, condottosi a Roma, fu trovato rassomigliarsi al magno Pompeo come gocciola a gocciola? Questi, avendolo saputo, volle vederlo, e riscontrato che la cosa stava appunto come glie l'avevano raccontata, esclamò: la è strana, perchè mio padre, ch'io sappia, non andò mai in Sicilia. Però ti avverto, rispose l'arguto siciliano, che mio padre soventi volte venne qui in Roma. La marchesa Zelmi erasi trattenuta per le bagnature a Nervi fino ai primi di ottobre...

Insomma Elvira si condusse seco Amina in mezzo alle benedizioni di tutto il popolo di Nervi, il quale non potè astenersi da esclamare: piacesse alla Madonna santissima mandarci spesso di questi avvelenamenti; la sarebbe una manna per tutti!

La ipocrisia, avendo presentito questo negozio, ci si era messa di mezzo nello intento del ciarlatano che va alla fiera; confidava smerciare dei suoi prodotti in buon dato; ma presto conobbe che la ipocrisia antica, la ipocrisia classica a mo' che la descrive Cesare Ripa nella sua Iconografia, non era più di usanza. Le ipocrisie venivano a nugoli dall'Affrica in compagnia delle cavallette puniche; queste rimasero tutte in Sardegna; la più parte di quelle capitarono in Italia. Allora la ipocrisia classica si profferse al generale dei gesuiti, che l'accolse cortese, le usò un mondo di finezze e le diede a bere la cioccolata, ma le disse che i conventi e i collegi dei gesuiti si servivano di lavori fatti in casa; la ipocrisia si ripose in viaggio e se ne andò a Roma per favellare al santo Padre, ma non lo potè vedere, perchè lo trovò carcerato in segreta dentro undicimila stanze! Si fece a rendere visita a cardinali, arcivescovi, vescovi, e di maniera prelati, non lascio indietro abati, abatucci e abatini, e tutti rinvenne provvisti di barattoli d'ipocrisie messe in guazzo come le ciliege: per disperata si fece a trovare i ministri del bello italo regno, e si mise in quattro per renderli capaci di adoperare ipocrisie decenti, che non avessero le toppe bianche su le gonnelle nere, mentre quelle che tenevano a nolo l'erano sgualdrine sguaiate che solevano andare dietro la ritirata[54] dei soldati; ma i ministri la chiarirono come non si potessero mettere in ispese inopportune, imperciocchè presentissero avvicinarsi il tempo in cui, dato il puleggio a tutte le ipocrisie vecchie e nuove, nobili e plebee, sarebbe corso l'andazzo di buttar carte in tavola dicendo fuori dei denti: così la penso e così la voglio, e a cui fa male si scinga.