— Astii, pretore mio, soliti astii... datemi carte.
— Le informazioni giunte all'uffizio hanno tanto fondamento di vero, che io per debito di magistrato mi troverò costretto a farne inquisizione presso coloro che so averne ricevuti.
Don Macrobio diventò bianco come la candela, che, datagli ai funerali, spegneva appena accesa; depose le carte sul tavolino esclamando:
— Pretore, su queste cose non si scherza.
— Dico da senno io, e mi vennero partecipati i segni onde conoscerne la falsità. Anche senza confronto, ogni uomo, per poco che ci badi, se ne accorge facilmente; se poi si mette sott'occhio il falso ed il legittimo, ne ottiene la prova, per così dire, palmare.
Allora don Macrobio si rizzò su con tale impeto di rabbia, ch'ebbe a rovesciare tavola, lume ed ogni altra cosa; di rincorsa a casa, dove brancolando mise le mani sopra i biglietti ed aguzzò gli occhi per osservarli; ma questi, imbambolati, gli negavano l'ufficio; quindi prese il partito di tornare alla pretura, dove esaminati con maggior quiete i biglietti, il prete dabbene sentì cascarsi il cuore nelle brache di seta.
Tuttavia, per iscaponirlo affatto, mandò pel sarto, il quale, mediante il confronto minuzioso delle differenze, senza pietà ridusse il cuore del prete in un torsello, che la Crusca insegna essere: «il guancialetto di panno o di seta dove le donne conservano i loro aghi o spilletti, ficcandoveli per la punta.»
Don Macrobio non morì, ma non rimase vivo; di un tratto, spiccato un salto, butta via la callotta di capo, pesta i piedi, si dà dei pugni nella tonsura, e aggirandosi per la stanza come colto da subito furore, tira moccoli da far venire giù tutta la Corte celeste; il pretore, la pretoressa, i cittadini là convenuti a giocare e la serva; i bimbi che dormivano, desti dal diavolìo, si buttano giù da letto ignudi come Dio li aveva fatti e corrono dietro a don Macrobio strillando da disperati. Cotesto parossismo nel prete fu trotto di asino; sgonfiò in breve, ed accosciatosi giù prese a nicchiare come donna partoriente: tanto bene da lui era imitato cotesto piagnisteo, che la signora Caterina, moglie dello speziale di faccia alla pretura, sospettando davvero che qualche donna si trovasse alla pretura co' dolori del parto, andò di corsa pel medico, il quale, taroccando a sua posta, seguitata la Caterina, rinvenne pur troppo il prete, il quale si era sgravato con gran dolore di due biglietti bianchi della Banca Nazionale Sarda e di cinque gialli. Anche il medico cominciò a sbadigliare, non perchè potessero trovargli il biglietto datogli dalla marchesa, il quale ormai chi sa in quante mani era passato, ma sì perchè temeva di entrare in qualche ginepraio; però cheto come olio. Le sera stessa la vedova locandiera col locandiere Luigi Bigi, avvisati dalla fama, che va di notte anche senza lanterna come di giorno, gementi e piagnenti ed anche schiamazzanti, comparvero alla pretura, dove, dopo tre diluvi di parole inutili, quando tutti diventarono afonici, deliberarono andarsene a letto: domani farebbe giorno; e il governo non sarebbe il governo, ma il prete se la prese con Dio, e disse che Dio non sarebbe Dio se prima non costringesse la marchesa a barattargli i biglietti falsi in altrettanti buoni, e poi con le sue sante mani non la impiccasse ad un albero di fico per un piede.
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Tu, amico lettore, non avrai per certo messo nel dimenticatoio il questore, amico del Faina; caso mai tu te ne fossi scordato, richiamalo a mente, perchè hai da sapere com'egli fosse pure amico di Egeo, e questi due, legati insieme con ben altri nodi, esercitavano fra loro da tempo remotissimo il cristiano precetto, una mano lava l'altra: e se avessero bisogno di lavarsele spesso, Dio sa. Ora, certa sera che Egeo stavasene sfiaccolato a casa senza sapere che farsi dell'anima sua, gli fu annunziata la visita del cavaliere questore, il quale, dopo le strette di mani e i saluti e gli augurii di uso, gli disse: