Di fatti molte cause di tristezza l'erano cascate addosso tutte di un groppo; prima la feroce cupidità della Elvira che, richiesta di partire la spoglia del tradito, proruppe in escandescenze, urlando che a lei sola toccava sopportare le spese di casa, a lei spandere danaro per tenersi bene edificati i vecchi amici, procurarsene dei nuovi o mettere il bavagliolo ai nemici; e poi di che cosa aveva ella bisogno? Ogni cosa che desiderava, lì stampata; galanterie, delizie, fantasie chiedesse e domandasse; non le mancava neppure il latte di gallina: aggiungi che ora le conveniva starsene in casa, farsi dimenticare, non mettersi in vista della gente; e di queste e di altre simili ragioni chiamava giudice il Merlo, il quale, da quel furfante matricolato che egli era, le approvava tutte e ce ne appiccicava di suo. Coteste erano gocciole grosse, nunziatrici dell'acquazzone, sicchè Amina a dritto poteva dire: il mal mi preme e mi spaventa il peggio: i servi ogni dì la curavano meno; passava intere giornate senza vedere anima viva: già era venuta a tale, che per sospetto non avria mangiato nè bevuto, se non fosse stata la paura di morire d'inedia. A questa prima causa teneva dietro la infermità di cui andò un tempo fieramente travagliata, la quale, comecchè fosse comparsa guarita per virtù del fosfato di mercurio e di altri farmachi del pari violenti, le serpeggiava insidiosa nel sangue e di tratto in tratto le annunziava la sua presenza, ora trafiggendole le ossa in prossimità delle articolazioni, ed ora stirandole i muscoli dolorosamente; più che tutto le dava spasimo la cefalea notturna, mentre la luce le pungeva le pupille: oltre l'angoscia fisica, principiava a impadronirsi di lei un'allucinazione precursora del rimorso, ed era che, mentre la memoria dei particolari della morte di Omobono in lei illanguidiva, uno solo cresceva, per così dire, a scapito degli altri; e consisteva negli occhi di Omobono, quali ella li vide quando gli sollevò le ciglia per accertarsi se fosse morto, — fisi, con le pupille contratte, senza coscienza di sguardo e non dimanco terribili, oh! quanto terribili! — Cotesti occhi non se li poteva levare dinanzi; nel giorno sempre di faccia a lei, e in mezzo alla tenebra le comparivano più distinti che mai: la solitudine l'atterriva e la compagnia la spaventava, per tema non le scappasse di bocca qualche esclamazione rivelatrice delle sue colpe.
Tutto giorno avviene che ci vediamo sovente apparire davanti la persona alla quale pensavamo qualche minuto prima; forse ciò avviene perchè la precorrano gli effluvi noti ai nostri sensi, che emanano da lei, oppure per tal altro dei tanti segreti della natura che non ha ancora palesato alla scienza: fatto sta che Amina aveva pensato e pensava ad Egeo quando gliene annunziarono la visita.
Entrando nella stanza, così al buio, egli investì dentro una sedia, e parve con suo poco gusto, perchè tirò giù un sagrato da dì delle feste; quindi, stropicciatosi alquanto la parte offesa, prese a dire:
— Ed ora ci è venuto di Francia anche il costume di stare al buio come gli operati della cateratta? E pazienza al buio, ma sola, e' ci è da far morire per la tristezza un morto...
— Ah! buona sera, Egeo; vi ringrazio di non avermi dimenticata; giusto in questo punto pensava a voi.
— Amina, non è facile dimenticarti dopochè ti abbiamo conosciuta; ma a ciò diamo di frego; veramente io non veniva per te, bensì per la Elvira; molto mi preme parlarle; e ora dov'è ita? Come le bastò il cuore di lasciarti qui sola?
— Oh! a lei basta l'animo per bene altre cose — ed avendo il cuore pieno, non si potè trattenere di sfogarsi con Egeo; però delle cause della sua malinconia tacque la seconda e la terza, e della prima confessò quanto credè spediente, accomodandolo alla sua maniera: delle insidie mortali a danno dello sventurato Omobono, del proprio corpo avergli fatto la via pel sepolcro, dei biglietti rapiti... insomma della truce tela di delitti ordita dalla libidine di avere nè anco un motto; invece si distese nella infelice passione che l'aveva traviata, e con arte mirabile toccò della poca generosità usatale dall'uomo troppo amato... e tuttavia dello averla ridotta in tale stato lo perdonava e gli pregava pace; entrava a dire della convivenza con la Elvira, diventatale ormai insopportabile: avere conosciuto a prova come cotesta perversa la raccogliesse per giovarsene ai suoi fini, ed oggi aborrirla, o perchè ella avesse conseguito il suo scopo, o perchè non la reputasse più idonea a procurarglielo; lasciarla in abbandono; non obbedirla i servi, talora deriderla, fra poco l'avrebbero maltrattata, forse peggio... e qui la sua voce sonava pianto, imperciocchè quello che diceva pur troppo temesse.
Egeo sentì i vestigi dell'antica fiamma, chè a modo suo l'aveva amata. Gli fosse cotesto amore uscito dal naso, dal petto, o dai piedi, come gl'indiani credono che le diverse coste derivassero dalle varie membra del Dio Brama, fatto sta ch'ei lo provò un giorno, e adesso ancora, sotto molta cenere, ne trovava le tracce; perciò le diceva:
— Amina, da' retta: tu, e non lo negare, mi hai trattato peggio dell'animale ch'è tanta parte nelle mortadelle di Bologna, sicchè non mi avrebbe da parer vero di agguantare la occasione pel ciuffo di vendicarmi di te; ma no; io ti volli bene e te ne voglio;
Anche infedel ti amai;