— Andiamo, soggiunse Egeo, mi tengo per avvisato; il peggio passo è quello dell'uscio.
*
Elvira tornò a casa tardi; l'accompagnava il Merlo, avvinazzati entrambi; ella straviziava in sala con principi e marchesi; egli in cucina co' servi; ella aveva giocato al faraone, egli a briscola; ella aveva vinto, egli perso, però gli era entrato il diavolo in corpo; mentre Elvira stava per andarsene in camera, i servi la informarono ch'era venuto il signor Egeo, il quale aveva condotto seco la signora Amina; al che ella osservava: — E' va pei suoi piedi, la vedovanza l'è venuta in uggia; sta bene, andate a dormire; e tu, furfante, marcia in camera, e prima di coricarti risciacquati la bocca.
A cui di rimando il Merlo:
— O sai che nuova c'è'? Io non ci voglio più venire. In pubblico mi tocca a stare fuori di carrozza col cocchiere a cassetta; in casa a letto con te; o insieme da per tutto, o da per tutto separati; io te l'ho detto per la terza volta, e tu non la vuoi capire.
— Ed io per la quarta volta ti avverto che il tuo destino mi sta in cima della mia scarpa diritta; va' là, buffone, marcia a letto.
Un pipistrello ricoperse con le ale cotesto osceno rimescolamento, che amore non si potrebbe dire senza offesa anche dei figli della Venere terrena.
Quando Elvira si vide il giorno dipoi comparire davanti Egeo, diede subito mano al suo agaiolo per cavarne gli aghi più acuti per trafiggerlo; ma egli, o non sentendo, o non curando coteste punture, le favellò così:
— Amina, come sai, ha lasciato la tua casa a cagione delle sevizie con le quali tu avevi preso a tribolarla.
— Non è vero nulla... ella ingratissima... ella disamorata...