— Risparmiati il fiato, o adorabile Elvira, per quando sarai arrivata all'articolo mortis, perchè io so appuntino dove e come te ne sei lavata la bocca; ti è bastato fino l'animo di dolerti ch'ella ti aveva screditata la casa! E di ciò, se ci pensi un momento, devi essere maravigliata anche tu. Siamo onesti, come disse il Ricasoli: tu te l'appropriasti come arnese adattato ai tuoi interessi; ora che tu li hai fatti lo butti via. Gua'! Che ti ho a dire? Tu sei nel tuo diritto, e certo non sarò io quegli che ti biasimerà; tiriamo un frego su questo e non perdiamo più tempo. A quest'ora Amina si trova a Sesto Calende, donde pel Lago Maggiore si condurrà a Locarno; nella notte scorsa venne ospitata in casa Sebergondi, dove certo la passò più innocentemente di te; ma ciò non rileva. Io venni qui per dirti che dalle vesti che la coprono in fuori ella non si è portato altro: ora, ti domando io, ti pare egli decoro lasciarla uscire così ignuda da casa tua?
Elvira, per cotesto parole, si sentì punta nel suo orgoglio, che di bontà e di convenienza ormai non si aveva a parlare con lei; onde alquanto risentita rispose:
— Se la sguaiata non se ne fosse partita insalutato hospite, avrei atteso a provvederla del bisognevole.
— Oh! via, di questo non la incolpare; fui io che la persuasi ad assentarsi così, per risparmiare ad ambe le parti una separazione che, forse a torto, io dubitai non si sarebbe effettuata senza qualche amarezza.
— Basta, io te la crederò come tu me la conti; qualche po' di danaro se l'avrebbe pure a trovare.
— Nè anche un soldo per far cantare un cieco.
— E sarà; la è tanto sprecona.
— Non l'hai creata, bensì tirata su ad immagine tua.
— Ecco, un quaranta... un trentamila lire io gliele regalerò; con queste e col profitto che caverà dai suoi talenti potrà tirarsi innanzi discretamente.
— E così per lo appunto disegna di fare, ma danari non ne vuole.