— E questa perla di ladro l'avresti sotto mano, Merlo?

— Non uno, ma tanti da fartene un vezzo.

— Ebbene, va' in camera; to' qui la chiave del segretario; prendi tutto il portafogli e diamo sesto a questa faccenda, che mi scotta le dita.

— Tu la vuoi far bollire e mal cocere, o non ti parrebbe meglio rimandarla a stasera?

— No... il cuore mi dice che abbiamo tardato anche troppo.

Il Merlo andava e tornava col medesimo portafogli arraffato da Elvira a Nervi sotto la finestra del morente Omobono; però smagrito come un infermo messo nell'ospedale a mezzo vitto senza vino. In questa la cameriera tutta sottosopra irrompe nella stanza annunziando:

— Signora... tre signori domandano di lei.

— Fateli entrare...

Erano belli ed entrati secondo la usanza vecchia degli sbirri classici, i quali comparivano in tavola senza prezzemolo. Il Merlo fu agguantato come il gatto col lardo nelle granfie. Allora accadde, come suole, di chiacchiere un diluvio, e, come suole, le ragioni dette agli sbirri furono un monte, e questi, secondo il consueto, non rifinivano di assicurare essere affaruccio da nulla, cose da accomodarsi in un fiat; e al Merlo arrangolava a ripetere:

— Ed io come ci entro? Se mi hanno trovato il portafogli in mano, egli è perchè la mia signora mi ha ordinato portarglielo dalla camera in salotto. O che non doveva obbedire io? Me ne rimetto a lor signori, specchi della vera disciplina... prima di mancare alla obbedienza lor signori, mi hanno detto, ammazzerebbero il padre.