La questura non toccarono nemmeno: diritti come fusi in prigione; l'una dall'altro divisi; entrambi in prigione. Il portafogli, dopo che ebbero riscontrato i biglietti, sigillarono e consegnarono al giudice istruttore, che stese la confessione libera del Merlo appartenere tutti cotesti oggetti alla marchesa sua signora padrona, e gliela fece sottoscrivere insieme a due testimoni superiori a qualunque eccezione, il confessore e il dottore delle carceri; questi medico del corpo, quegli medico dell'anima dei prigionieri.

Nell'ora stessa che perquisirono la casa di Elvira, altri poliziotti compivano la medesima faccenda nelle case del defunto Onesti e di Omobono Boncompagni, ed in tutte qualche cosa pescavano; in casa dell'Onesti torchi, colori, carte ottimamente apparecchiate per falsare i biglietti, pietre litografiche, tavole di rame, bulini, pennelli: uno armamentario intero da fabbricante di cedole false; presso il Boncompagni, nelle stanze di casa nulla, e neppure nel banco: su in soffitta pezzi di ferro antichi e sconnessi, di uso non determinato; qualche punzone di carattere inglese, ed un marchio assai male condotto, rappresentante l'arme dell'Inghilterra. Qualche benigno questore (ed i questori sono benigni tutti, come possono attestare quanti li ebbero in pratica) avrebbe di punto in bianco sospettato che, dopo essersi ingegnati a falsare le cedole di Banca inglese, ne avessero deposto il pensiero.

Ora le ruote del processo, lungamente ferme, ripigliano a girare con celerità maravigliosa; anzi, si sarebbe detto che da qualche mano arcana venissero unte; e quanto più si accostavano al fine, più turbinavano veloci. Di un tratto, quando uomo se lo aspettava meno, ferme da capo di stianto. O come ciò?

Ecco: gli affini di Elvira, al solo udire rammentarla, strabiliavano, i congiunti si sentivano venire addosso i sudori freddi; per verità, e lo notammo, a lei non erano mancati gli esempi materni e nè i paterni avvertimenti, ma sempre invano; ella era proprio ramo tagliato da madre natura dall'albero del male; la perversità aveva rovesciato a panieri i più maligni dei suoi influssi sopra di lei; ribalda nacque, come velenosa la vipera. Se ammazzata alla chetichella, avvelenata, o meglio annegata col sasso al collo per non tornare più a galla, nessuno dei suoi si sarebbe fatto vivo, qualcuno, all'opposto, avrebbe portato il voto alla Madonna; ma ora non per lei, bensì per sè trepidavano; il nobilissimo loro casato adesso correva rischio, dopo passata la trafila di un processo infame, mettere capo alla galera, e questo li scottava. Se gli affini fossero stati sicuri che i tribunali avrebbero condannata la donna sotto il nome dei congiunti, non se ne sarieno dati per intesi, e così del pari i congiunti nel caso inverso; però grande turbava tutti il sospetto i loro nomi uniti avessero a figurare sopra i registri dello ergastolo, quindi strinsero lega per cavarne la Elvira ad ogni costo; così vediamo sovente nelle classi privilegiate, che ciò che per amore non si fa, per paura d'infamia si effettua.

Di un tratto però la Elvira provava il giudice istruttore, di can mastino, barbone: non più ringhiava, non più mostrava i denti: scodinzolava; in breve ei seppe cattivare l'animo suo: allora le partecipò come Amina, alle interrogazioni giudiciali, avesse risposto: dei biglietti di banca ella sapere nulla, nè mai averne avuti; forse, ma non lo poteva affermare, non era fuori del probabile che Omobono buon'anima, oltre il portafoglio cascato nel lago di Como, ne avesse un altro; e per ciò verosimile che la signora Elvira, entrandole in camera mentr'ella versava in gravissimo pericolo di vita, avesse trovato il portafogli e tenutolo; e non senza perchè, avendo la buon'anima non una, ma più volte promesso solennemente di costituirle dote proporzionata al suo grado, che per opinione comune si aveva per isterminato. La signora marchesa Elvira per senso di dovere, come per attitudine fisica inettissima alla fabbricazione di biglietti falsi; tanto potere giurare e giurarlo. Ora il giudice istruttore persuadeva Elvira a pigliare la testimonianza ordinata a favorirla, tale e quale, e a servirsene di falsariga per adattarci sopra la sua confessione; pensasse che veniva ad escludere il dolo dal fatto dell'appropriazione del portafogli e dall'altro dello spandimento della moneta falsa; pel resto lasciasse almanaccare gli avvocati. Il tedio del carcere, le impedite sfrenatezze nelle quali la Elvira irrompeva alla stregua degli anni declinanti, ed anche perchè si vedeva venire meno ogni altro uncino dove potersi attaccare con qualche speranza di buon esito, la indussero ad accettare il partito e a metterlo in pratica.

Rispetto al vecchio Omobono, ci volle il diavolo per ridurlo a termine di ragione; fieramente di tutto si lamentava e di tutti; i suoi costituti erano querimonie e imprecazioni perpetue; avere accolto al suo seno di padre parenti, amici, di ogni maniera infelici, e tutti avergli deposti nel cuore nidi di aspidi; peggio di ogni altro il proprio sangue; il suo nipote avere falsato i biglietti, egli averne per milioni e milioni empito la sua cassa; nè potersene accorgere egli, perchè inesperto a conoscerli, come quello che non amministrando la cassa non li aveva in pratica: unico e di piena fiducia, capace a trovare il bandolo della matassa arruffata, il Nassoli, ma sparito ad un tratto, non avere lasciato traccia dietro di sè. Cotesta parve acqua grossa, ed era, ma passò per la doccia; tuttavia faceva mestieri rinvenire un capo espiatorio, e per ventura non mancava; quello del tradito giovane Onesti, il quale presentava due qualità uniche all'uopo, era assente e morto.

Nonostante ciò, fu reputato savio consiglio sostare, affinchè le ardenti passioni dei creditori sboglientissero, i quali co' pugni chiusi, i denti stretti, irti i capelli e stremenziti come il Flaxman disegna gli spettri degli eroi greci comparsi ad Ulisse giù nell'inferno, stavano ad aspettare che i prigionieri uscissero di carcere per iscorticarli di santa ragione; ed anche perchè la gente, assuefacendo l'occhio alla cosa, o dimenticandola nel turbinìo giornaliero delle vicende umane, non levasse troppo scalpore a vederli prosciolti.

Ed i presagi, come ordinariamente avviene, si verificarono, dacchè nei fallimenti i tocchi nell'interesse si avventano sul fallito a nugoli e schiamazzanti peggio dei corvi sopra la bestia morta; ed un convento intero di monache non varrebbe a ripetere le letanie delle bestemmie e delle maledizioni che escono loro di bocca; ma poi il nugolo si dirada, chè qualche stella cadente si stacca a sua posta dal cielo mercantile per precipitare anch'ella nel fallimento; il tempo cicatrizza la piaga; e quando ormai si sono adattati a perderli tutti, se mai avvenga di ricuperare un terzo, non parrà loro perderne i due terzi, bensì guadagnare un terzo, e, se ti piace, farai loro deliberare un voto di ringraziamento ai ladri.

I bisticciamenti fra spogliati e spogliatori in commercio arieggiano agli screzi che corrono fra gl'innamorati; si rappattumano presto; la causa di pace trovano per lo più nello accordo di spogliare un terzo.

Dopo un attendere lungo, un bel giorno la Camera di consiglio giudicò tutti i detenuti aversi a riporre in libertà per mancanza di prove; quanto all'Omobono Onesti, lui spento, spenta l'azione penale. Questa notizia non fece caldo nè freddo, e tutti poterono tornare inavvertiti nel consorzio umano, come i ranocchi dalla ripa rituffansi nel pantano. Innanzi però di aprire la porta del carcere alla Elvira, la costrinsero ad accettare per patto ch'ella si sarebbe spontaneamente confinata sotto nome mentito in qualche remota terra di provincia, dove l'avrebbero mantenuta, e poichè ella capì che reluttando gliene poteva incogliere peggio, piegò la testa e si ridusse a Gavi, nell'Appennino Ligure; le tenne dietro il Merlo, delle tante accuse appostegli di questa unico innocente. Qual vita costà menassero, io volentieri mi passo raccontare: nella medesima guisa che i gravi tendono perpetuamente al centro, Elvira ogni giorno più precipitava verso lo stato che gli uomini appellano abbrutimento, con espressa calunnia delle bestie, di cui ogni specie vive da pari suo. Nè tabacco, nè acquavite, nè vino bastavano a sollevare la tetra noia: invece dei bei discorsi come i pastori di Virgilio costumano, si alternavano sbadigli da fendersi le mascelle. Le persone dabbene li fuggivano, i ribaldi si peritavano visitarli; allora il Merlo, per non morir di noia, propose procurarsi la patente per la rivendita dei tabacchi e dei sali, e piacque; e tanto si dimenarono con le mani e co' piedi, che l'ottennero. Apersero pertanto bottega in mercato, dove non mancando frequenza di trecconi e di vetturali, la bisogna avrebbe potuto camminare pei suoi piedi, se la Elvira e il Merlo non avessero da per loro consumato la metà delle provviste; allora trovarono un altro partito, e ci aggiunsero il giuoco: dopo l'un'ora di notte, chiusa la porta, illuminati appena da una lampada fumosa, e con carte luridissime si davano a spellicciarsi scambievolmente a maccao, a toppa, a goffo e ad altri giuochi plebei, comecchè noi non sappiamo giuoco nobile che sia: ladri sempre, non era da supporsi che deponessero gli istinti rapaci sopra la soglia: non l'avrebbero fatto entrando in chiesa, figuratevi se lo volessero fare entrando in bottega al Merlo! però non passava notte, che Dio metteva in terra, che non accadessero fiere riotte con accompagnatura di pugni, seggiolate e legnate ed altra simile confettura: certa notte, fra le altre, il Merlo attaccò lite con Sandraccio, uomo fino dalla sua nascita destinato a morire su la forca come il cappone in pentola. Sandraccio, colto sul punto che rubava la carta, con un pugno mandò a terra la lampada, e grancita una manata di quattrini se la diede a gambe; il Merlo, infellonito, salta fuori di bottega, e piglia a rincorrerlo, e via via tanto che lo arriva sul canto della piazza, quivi gli mette una mano sopra la spalla, e con la bocca trovandosi presso ad un'orecchia di lui, di una zannata gliela strappa mezza: il nibbiaccio, ridotto a mal partito, cacciava urli, che per morte non avria potuto maggiori: sopraggiunsero due giandarmi, i quali, come suole, diedero lì per lì torto ad ambedue; ma il Merlo perfidiava a voler dire la sua ragione, e intanto la ubriachezza e lo affanno non gli permettevano di spicciare parola, sicchè uno dei giandarmi, non avendo tempo da perdere, mise fuori le manette, ultima ratio dei giandarmi; al quale argomento non mostrando volersi arrendere il Merlo, i giandarmi gli strinsero vie più i panni addosso per persuaderlo; non fu niente di niente; due cotanti intorato, il Merlo caccia fuori il coltello, e ne passa da banda a banda il braccio sinistro al giandarme, il quale, senza dire un fiato, cava a sua posta la rivoltella, e gli spacca il cranio come un melogranato. Accuse, processi, discorsi da un lato e discorsi dall'altro, ma è stabilito che ai giandarmi non si può mai negare ragione, massime quando hanno torto; il nostro giandarme, avendo ragione, stentò alquanto più a farsela fare; per allora l'assolverono; dopo alquanto spazio di tempo lo licenziarono, avendo conosciuto i suoi superiori che veramente costui menava un tantino troppo le mani: gli si contavano tre ammazzati e dieci feriti nello esercizio della sua nobile professione.