— Affermano altresì, continua Probo con baldanzosa sicurezza, che il capitale non ha viscere, che non conosce patria, che il banchiere si gode a ruzzolare la propria sostanza come lo scarabeo la pallottola di fimo, e in quella depone le sue uova per mantenere e crescere la specie... Sapete voi come si ha a definire siffatta zizzania? Insalata d'invidia condita coll'olio della malignità e l'aceto della nequizia....
— Uh! che sazievole, si attentò a bisbigliare Elvira; può dare due punti allo emetico; con tutti i suoi riboboli ben mostra essere un contadino del Valdarno di sotto o di sopra: a me sembra udire ragionare un diavolo del Malmantile...
— Silenzio! urlano arrovellati quanti si trovano nella galleria, lasci parlare; lasci la lingua a casa, o la venda al beccaio.
— Ecco il guadagno, brontolò Elvira mordendosi il labbro inferiore per la stizza, che abbiamo fatto a lasciare Torino; se la capitale dura anche sei mesi a Firenze, noi ci troveremo ad avere perduto fino l'ultimo briciolo della civiltà piemontese.
Probo non udiva il dialogo, e quindi continuava sereno:
— La campana si conosce pel suo suono; il mio è questo: ho l'onore di dichiarare nel nome della compagnia che rappresento, e nel mio, che noi ci obblighiamo a imprendere la costruzione della ferrovia di cui è proposito a venti milioni di meno, dico, con venti milioni di ribasso sul prezzo stabilito dal signor ministro dei lavori pubblici col consorzio degli imprenditori stranieri....
— Che! Che! Come? strillarono ad un punto Omobono ed Elvira con la caterva dei loro clienti, spendolandosi fuori dalle tribune. — Che ha detto? Quanti ha detto? domandava l'uno all'altro come dubbioso di avere male inteso; e i compari che si scoprirono parziali a Probo ripetevano in quilio: venti milioni! venti milioni! Sicchè gli echi della sala andavano ripetendo: venti milioni! venti milioni!
Probo scese dallo stallo per portare la stupenda obbligazione sul banco della presidenza.
Il deputato Anussi, isdraelita e trapelo del Seigatti per le salite, nel contemplare il passo trionfale di costui verso il banco presidenziale con la dichiarazione in mano, quasi rapito in estasi esclamò:
— O bello! O grande! A te gloria... a te onore... per vita mia, non par tutto Giuditta che torna in Betulia con testa di Oloferne in mano?