In Marte bertone di Venere la gente ravvisa il soldato da osteria, solo lo salutano Dio quando lo accompagna Minerva.
Fabrizio dunque era vano e smanioso dei piaceri, e più delle apparenze del lusso: quanti lo soperchiavano di tutto cuore odiava; se accadeva che qualcheduno dei suoi amici lo rasentasse sfolgorante in cocchio trasportato da focosi cavalli, a voce alta gli mandava un saluto e a bassa aggiungeva: a rotta di collo! — Del suo fratello Omobono non sapeva darsi pace; sopra costui la Fortuna aveva versato e poi scosso il sacco, mentre su la sua faccia lo aveva sbatacchiato vuoto: frequentava luoghi appartati; aspreggiatore di se stesso; ogni giorno più corrivo all'ira e selvatico; per uscire di pena avrebbe dato l'anima al diavolo se gli fosse comparso davanti.
E il diavolo gli comparve davvero nella persona del presidente di una Corte di appello. Aveva nome Vinneri. I sette peccati mortali gli andaron fino a casa ad educarlo gratis; ma egli durante tutta la vita mise da parte quanto gli avanzava da quelli per fabbricarsene un ottavo, e giusto allora stava per rompere il salvadanaio; però dei sette, due gli avevano preso il sopravvento, ed erano la ghiottoneria e l'avarizia, impossessata di lui sotto la forma del demonio del gioco. Se avessero ragguagliato la sua ignoranza con la sua malignità, non ci saria scattato un dito; e tuttavia lo giudicavano dottissimo, però che egli ponesse a parere quello che non era la pazienza industre di cui la natura si mostra liberale alle creature peggio complessionate. Lento il passo, la sembianza grave — i bufali non ridono mai, — la favella tarda, come frequenti sopra le labbra di lui le parole: ci penseremo, esamineremo, gli è un caso momentoso; e vuolsi considerare ad trutinam, e via discorrendo: nel suo studio da per tutto libri, e di carte una catasta: però queste ciurmerie a cui le guardava pel sottile palesavano la sua inane ed improvvida furberia, imperciocchè ti venisse fatto di scorgere improntata in varie guise la forma del gatto di casa sopra lo strato di polvere che vi era caduto. Strana condizione! Non lo amava persona, e tutti accoglievano volentieri costui: prima di salire i gradini davanti la porta del tribunale, egli soleva levare le ciglia in su per mirare da quale parte piegasse la banderuola per regolarsi; nè punto lo celava, al contrario soppiattone in ogni altra cosa, procedeva aperto in questa, affermando che il magistrato è appunto come il cane, latra e morde per chi gli butta il pane. La giustizia distributiva da lui s'intendeva a questo modo: fra il governo, che di presente teneva il mestolo in mano, e i privati, sempre torto ai privati; tra nobili e ignobili, i secondi sempre condannati nelle spese; fra ricchi e poveri, non si sentiva il cuore da innovare l'antico costume: all'osso dàgli addosso; alla marmaglia era giustizia la sorte, ed era la meglio trattata; il primo processo, che allungato il braccio gli capitava sotto, vinceva.
Tutti i governi lo avevano disprezzato, e tutti lo avevano blandito, perchè senza eccezione tutti lo avevano giudicato arnese eccellentissimo di servitù. Costui, per operare i voltafaccia a tempo, girando lieve e veloce su le calcagna come uscio sopra i ben unti arpioni, valeva un tesoro; e se le ritirate politiche fruttassero fama quanto le militari, Senofonte di petto a lui sarebbe stato un tamburo; per la quale cosa egli, sicuro di sè, presentava le insegne degli ordini cavallereschi dei governi caduti ai governi via via sorvegnenti, come il forestiero getta sopra la tavola del cambiatore la moneta affinchè gliela baratti, e i nuovi governi senza fiatare gliela permutavano, ed anche qualche cosa del loro ci aggiungevano. Il governo tramontante se lo vedeva scomparire da canto fra la pera e il formaggio, senza accorgersene, proprio a quel modo che il sonno inavvertito piglia l'uomo; il governo oriente se lo trovò davanti non sapendo donde fosse venuto; forse pensò gli fosse cascato dalle maniche; il Vinneri allora per salutarlo finì un sorriso che aveva incominciato per l'altro; appunto come il cardinale Zondadari a Siena ebbe a finire pei francesi il Te deum ch'egli aveva incominciato pei tedeschi. Se invece di sperperare al gioco il prezzo della giustizia venduta lo avesse custodito nello scrigno, e se le monete fossero stati galletti, non avrieno nella notte lasciato dormire lui nè tutta la contrada.
Ebbe moglie; un povero corpo composto di carne di seppia, bianco e senza sangue; una povera anima tenuta quindici anni in molle dentro una pila di acqua benedetta; la notte a letto, il giorno in chiesa; concepì di una figliuola per distrazione; la vide nascere senza gioia; la vide crescere senza amore; la beghineria l'aveva insugherita; tutto accadeva per volontà di Dio; quanto Dio ordinava tutto era bene; e quindi era mestieri rassegnarsi ai voleri di Dio; se a un povero diavolo ruzzolando le scale accadeva rompersi una gamba, la gamba rotta attestava il castigo del Signore, la rimasta sana il miracolo del Signore, ambedue la visita del Signore a cui vuol bene; le sue sostanze parafernali, che non furono poche, colarono a stille nella Chiesa pei buchi religiosi, che innumerevoli sanno praticare i preti; e i giorni suoi svaporarono in sudore di rosari; alfine disparve tacita, come la goccia dell'acqua santa grondò nella piletta dalle sue dita che ce l'avevano attinta.
Quando fu morta, il Vinneri essendosi accorto ch'ella aveva disperso i beni parafernali com'egli dato fondo ai dotali, esclamò amaramente:
— Ah! quel buono uomo del Franklin ha lasciato scritto che un vizio costa più di due figliuoli, e sarà; non però più di una moglie: devota la divorano i preti, mondana le crestaie; ed ora con questa figliuola in casa come si stilla?
Di fatti, se la madre non se n'era tolta cura, figurarsi se il padre! Egli aveva in pratica la regina di cuori mille volte più della figliuola. La madre, quando l'aveva menata a messa tutte le feste di precetto, a confessarsi ogni mese una volta, quattro a comunicarsi in capo all'anno, credeva aver fatto quanto Carlo in Francia; al padre sembrava avere superato la fatica del Cireneo, menandola nel carnevale al teatro un paio di volte.
La fanciulla venne mirabilmente leggiadra; di capello nero lustro e copioso, gli occhi pur neri luccicanti di voluttà, nei moti serpentina, facile al pianto, facile al riso; e piangente e ridente, leggiadrissima; ma piangente più, imperciocchè ridendo le labbra e i denti davano sembianza vera di gelsomini in mezzo ad un cerchio di ranuncoli, ma le lacrime moltiplicavano i raggi alle pupille: un secentista avrebbe cantato ch'ella piangeva brillanti: vestiva da pinzochera, e cotesta foggia cresceva la procacia della sua venustà: ti sarebbe parsa Venere immascherata da suora del Sacro Cuore di Gesù. La chiamavano Bianca, e la stupidità del notaio, che scrisse Alba per errorem sopra una pagina del suo protocollo pressochè tutta nera, applicata a lei sarebbe stata arguta definizione,[20] imperciocchè casta di corpo veramente ella fosse, ma di spirito corrotta per modo che più non avrebbe potuto; insomma, ella era una botte di petrolio sotto a un forno, una polveriera accanto ad una fucina.
La madre, chiusa nella sua cameretta a recitare rosari, viveva sicura che la figliuola nel silenzio della propria meditasse sopra la Manna dell'anima del Padre Segneri, ovvero intorno il Panierino degli odoriferi fiori offerti al Sacro Cuore di Gesù del Padre Birma, e la indovinava perdio, ch'ella produceva la veglia alle ore più tarde della notte rivoltolandosi nella sozzura delle lettere lenone di Francia. So troppo bene che di laidezze non andarono immuni le letterature greca e latina, e nè anche pur troppo la italiana; ma non so di coteste o la eccessiva volgarità dei concetti, o la forma classica del dire, o la nudità repulsiva, o altre qualità che non importa discorrere, ci fanno conoscere subito come le siano un portato della immaginazione, anzichè un ritratto dei costumi attuali; onde avviene che per loro non si meni strage della onestà come dai Galeotti di Francia.[21] Non indico nomi, non contrasto l'ingegno, nè la leggiadria del dettato; ma quanto più questi ammirabili, tanto maggiormente colpevoli di avere cagionato la decadenza delle virtù cittadine.