— Per me ce ne sarebbero di avanzo; il male è che non bastano agli altri: noi pur troppo viviamo incastrati nel mondo, e se sarebbe viltà condannarci a fare a modo suo, nè anco possiamo avere la prosunzione di fare in tutto a modo nostro; specchiatevi in Cesare, che non sofferse neppure tenersi attorno la moglie sospettata.

— Caro mio, tu hai da sapere che cotesti esempi antichi sono come i pesci, i quali non si mangiano senza prima levarci le lische. Cesare potè gettare polvere da gonzi negli occhi ai Quiriti, nei nostri dì ai vecchi criminalisti non avrebbe potuto: egli prima afferma Pompeia innocente di adulterio con Clodio, e poi la repudia. Tu hai a convenire che simile contegno, se gatta non ci covasse sotto, non avrebbe capo nè coda. To'! prima la proscioglie da ogni colpa propria, e dopo la punisce per la colpa altrui; intendi che Cesare sapeva di avanzo che cosa aveva bollito in pentola, ma aborrendo tirarsi addosso la nomea di minotauro, argomento perpetuo di trafittura, comecchè immeritata, volle donare a Pompeia la prova legale della sua onestà rispetto al pubblico; tra lui e lei la prova legale non bastava per levare di mezzo la prova reale; quindi scappò fuori col gingillo che hai detto per rimandarla a casa. Il popolo, il quale nei grandi ammira di più quello che intende meno, plause al logogrifo; noi altri posteri, che spesso non ereditiamo i beni degli antenati, e la imbecillità loro ereditiamo sempre, lo abbiamo a volta nostra applaudito; ma tu, caro mio, vivi sicuro che Cesare, anche innanzi di passare in Brettagna, sapeva di essere stato in Cornovaglia. Ed ora, che adempiendo al debito io ti ho avvertito, tu fa' quello che giudichi più vantaggioso per te; dal canto mio non mancherò sovvenirti come posso; ed ora lasciami in pace, che mi aspettano a pranzo dal conte Seigatti, il quale è in procinto di essere promosso senatore; e tu sai che un desinare riscaldato è delitto di lesa cucina.

Fabrizio, ritornato a casa, si mostrava più balordo del solito: sopraggiunta la notte, alla moglie chiedente se andavano al teatro rispose aggrondato: no; se a veglia: no; se a fare due passi: no, no, con sempre crescente cupezza; allora la Bianca si spogliò cheta cheta e si mise a dormire.

Fabrizio rimase levato a passeggiare per la stanza da letto.

Vittore Ugo nei Miserabili ha scritto di certa procella sotto un cranio, che a diritto viene stimata mirabile cosa; ora, anco sotto il cranio di Fabrizio turbinava una fiera tempesta: io non la descriverò, imperciocchè porre il piede dove altri lascia l'orma non mi garbò mai e non mi garba: chi va dietro altrui non gli va mai innanzi, così Michelangelo Bonarroti lasciò per ricordo a me e a tutti quelli che ne vogliono approfittare: pertanto io, sentendomi pure incapace di precedere in niente nessuno, ad ogni modo desidero camminare con le mie gambe. Devo però avvertire che la conchiusione di Fabrizio mise capo a termine del tutto diverso da quello del Valjean; imperciocchè questi si risolvesse a magnanima azione, mentre Fabrizio si decise a partito in apparenza onesto, ma nel suo cuore sentito abietto; già incomincia a contentarsi che le sue azioni di faccia a sè e ad altrui paiano non sieno quello che dovrebbono essere. Ma la Francia è il paese dei miracoli; colà i galeotti solo (in grazia dei romanzieri, i quali ne spediscono loro le patenti) godono il privilegio di compire le belle imprese; in Italia la galera è galera; qui il ladro non avviene mai che sostenga la parte di Agamennone, mentre persone stimate dabbene troppo più spesso che non vorremmo commettono lamentabili bruttezze.

Fabrizio, presentita la Bianca se avrebbe provato repugnanza di presentarsi a S. E. il presidente del Consiglio dei ministri, per sollecitarlo allo adempimento delle promesse fatte in pro suo, sentì rispondersi da lei: magari! che non avrebbe fatto per avvantaggiare il suo caro marito e sè? veramente nel fôro della coscienza, come accade sempre, la sintassi procedeva in ordine inverso, che il veniva prima ed il marito dopo; alla quale diversità, d'altronde di poco rilievo, vanno ordinariamente soggetti gli umani pensieri nel viaggio che fanno dal cervello alla lingua.

Dunque ella andò.

Il ministro, un po' per iattanza, difetto che sta agli ingegni petulanti come i nèi alla bellezza procace, e un po' per le moltissime faccende che lo assediavano, soleva dare udienza dalle ore dieci di notte fino alle tre, alle quattro, e talvolta fino alle sei del mattino; nella libidine di lode costui si riprometteva che la gente udendo della sua prodigiosa solerzia dovesse esclamare: Atlante, sostenitore su le sue spalle il mondo, è redivivo; Briareo centimano, figliuolo del Cielo e della Terra, dall'olimpo ha trasferito il suo domicilio nel ministero dello interno!

Non avendo la Bianca riputato spediente chiedere udienza particolare, si mise in combutta con gli altri attendenti. Gli uscieri però, obbedendo al comando dei superiori, costumavano introdurre prima le donne, poi gli uomini, per la qual cosa se la Bianca non entrò per la prima, nemmeno fu l'ultima ad essere introdotta; messa dentro, si rinvenne circondata da tenebre, onde su quel subito pensò: i ministri sarebbero per sorte come i gatti, che vedono al buio? Ma ciò accadeva per essere vastissima la stanza e il ministro se ne stesse seduto davanti una immensa tavola nell'angolo opposto diagonalmente a quello ove si apriva la porta donde la donna era entrata, ed egli per giunta si riparasse dietro un grande paravento, per amore degli sbocchi di aria che irrompevano continui nella stanza da cinque porte, le quali senza posa aprivansi e chiudevansi: aggiungi che la lampada incappellata non ispandeva lume oltre una zona di poco più larga della tavola. La Bianca, confusa dal tempo, dal luogo e dal buio inaspettato, peritandosi a un tratto di comparire davanti a personaggio tanto spinto allo empireo dall'interesse di pochi e dalla pecoraggine di molti, si fermò, nè prese animo a muoversi finchè una voce squillante di piacevol suono le ordinava:

— Avanti!