— Fatti in là, sgarbato, non mi sgualcire il cappellino — e gli diè delle dita su i labbri, per temperare l'ardore dell'innamorato ministro. — Orsù, proseguiva poi, questi fogli me li hai portati? Dammeli, ch'io vada a liberare cotesta povera anima dal purgatorio.

Il volto del ministro si annuvolò e rispose brusco:

— Non li ho portati.

— O che non li hai potuti trovare?

— Li ho trovati, ma non li ho portati.

— Dunque mi manchi di parola? Dunque di me non fai caso? Le proteste di stima, di devozione, di servitù, bugiarderie tutte?

— Bianca, hai tu mai letto l'Ariosto?

— Io non leggo simili porcherie; me l'ha proibito il confessore.

— Me ne dispiace; tu dunque devi sapere come cotesto poeta racconti di certo mago, il quale possedeva uno scudo così sfolgoreggiante, che chi lo mirasse cascava in terra abbarbagliato: però ei non lo portava mica scoperto, bensì ravvolto di una fodera spessa, scoprendolo solo quando si trovava con le spalle al muro.

— E che ha da fare lo scudo coi fogli che ti chiedo?