Capitolo XVIII.
TUTTI I NODI GIUNGONO AL PETTINE.
E adesso ritorniamo al giovane Omobono. La notte era inoltrata senza che egli si fosse deciso ancora di passarla a veglia, ovvero al teatro: se ne stava seduto dinanzi al caminetto contemplando le fiamme crepitanti, non potendo condurre il suo pensiero sopra veruna delle tante cose che recavano molestia, e neppure sopra veruna delle dilettissime, come l'amore della sua Amina: aveva il cervello attrappito.
Di repente si apre l'uscio del salotto ed entrano taciti, a modo di congiurati, l'avo Omobono e la sua anima dannata Nassoli, Aeneas et fidus Achates. Il Nassoli, che veniva ultimo, ebbe avvertenza di chiudere diligentemente l'uscio e tirare la portiera.
I sopraggiunti, ricambiati i saluti, assettaronsi al fuoco, dove attesero per parecchi minuti a scaldarsi; pareva che il vecchio Omobono, quantunque fosse quel furfante da tre cotte che noi conosciamo, pure una certa esitanza gl'impedisse di rompere su quel subito il silenzio; si trattenne alquanto; all'ultimo incominciò:
— Nipote mio, mi rincresce di avertelo a dire, siamo alla porta co' sassi.
Il nipote non rispose verbo, onde il vecchio, dopo breve pausa, ebbe a continuare:
— Proprio rovinati di pianta.
— Se così è, disse alla fine Omobono con saldo accento, pera l'interesse, salviamo l'onore...
— Questo per lo appunto non siamo più a tempo a salvare, e fossimo non sarebbe ciò che preme; dunque all'onore diamo di frego. Davanti a noi adesso si aprono due sentieri, o darci di un revolver nel cranio, e questo io scarto ricisamente, o adattarci al domicilio coatto in qualche bagno del regno italiano, ed anche questo non entra nelle mie previsioni; haccene un terzo, e questo giudico l'unico spediente; salvare più che possiamo per vivere bene in questa vita, perchè nell'altra Dio fa le spese, in questa no. Ora dammi retta, figliuolo; io conto che tu debba trovarti su per giù un seicentomila lire tra cambiali, biglietti all'ordine, valori pubblici e cassa; che te ne pare?