— Senti, io ti confido cosa che, conosciuta, mi butterebbe a terra in un attimo... io sono rovinato.

— Ed io.... soggiunse Omobono a precipizio; ma fu in tempo a mutare frase, dicendo: — io non ci credo, e mi accorgo d'avanzo che tu vuoi giocare sul velluto.

— Omobono, da parte chiacchiere, io ti confermo che mi trovo più presso al laus deo di ogni mio avere che tu non credi.

— Ma qui vedo argenti a profusione; la tua signora, tra gioie, perle e preziosità di ogni maniera, da 350 a 400 mila lire se le ha da trovare.

— Mira come sei informato! O che mi hai già fatto l'inventario? Quanto dici è vero, ma io preferirei levare un tigrotto dalle mammelle della tigre anzi che un gioiello di sotto all'Elvira... Provati, se ti basta l'animo.

— Io mi sbattezzerei a pensare dove tu abbia sperperati i quattrini che devi avere guadagnato.

— E che guadagno... aggiungi; ma se tu provassi Elvira, conosceresti com'essa è donna da tirare in fondo una flotta di navi di sughero. Insomma mi mancano quattrini e mezzi per farne di corto, e se mi rincresce Cristo lo sa, e in questo tuo consiglio di dare a beccare ai polli in chiostra, mi sembra che stia l'anima del negozio.

— Dunque non resta altro che provveda io, disse Omobono a denti stretti.

— Conteggeremo all'ultimo, rispose Egeo a bocca aperta.

Omobono, nonostante la sua repugnanza grandissima di mandare al palio nuovi biglietti falsi, pure, stretto alla gola, ne trasse fuori dallo scrigno per un duecentomila lire, esclamando: — Il Rubicone è passato da un pezzo; dove andò la galera vada il brigantino: — e li consegnò ad Egeo, il quale osservò che non gli parevano a sufficienza, ma che tuttavia avrebbe cercato di farli bastare.