Da questo fatto però non ne venne male nè bene imperciocchè Egeo veramente in così cattive acque come aveva dato ad intendere non si trovava: poco spese, e dei suoi; i biglietti avuti da Omobono, dopo averli ben contati, lasciò intatti nel portafogli.

Ora nel mezzo tempo erano accaduti due casi, che importa riferire.

Egeo, compiacendo alla sua prava natura, ed anco a un vago desiderio di sottrarsi, potendo, alla servitù della Elvira, che incominciava a provare leggera quanto un pane di piombo sopra lo stomaco, prese a blandire più che non soleva Amina, la nipote di lei: se veramente ella fosse tale non sapeva; ne dubitava; tuttavia, poco premendogli di venirne in chiaro, lasciava andare tre pani per coppia. Di Amina non si poteva dire che versasse acqua diaccia nella pentola, ma nè manco ci metteva legna sotto: lasciava che cocesse così lemme lemme senza spiccare il bollore: — spesso mi trovo imbrogliato a esprimermi come vorrei, forse ci rasenterò dicendo ch'ella provocava pudibondamente le carezze, molto più che ogni carezza le fruttava un regalo. Ora, le carezze di amore, od egli sia di sal fine, ovvero di sale grosso, si sa, le sono come le ciliege, di cui una tira le quattro e le quattro, venti; così Egeo, non avvezzo neppure agli assedi regolari, un bel giorno, trovata sola Amina, volle di punto in bianco baciarla in faccia.

Mi chiamo impotente a descrivere la maraviglia, il furore, il rossore della castissima donzella, e ci rinunzio; dirò solo che in breve ella pensò se doveva urlare, o disperarsi, o svenirsi, o che cosa altro diavolo fare: — deliberò con atto dignitoso respingere da sè il novello amatore, e significargli con fermo accento:

— Signor Egeo, la prego a tenersi bene a mente che Amina non sarà baciata da altri, che suo marito non sia.

Ella aveva letto questo esempio in un libro dove si narra di certa figliuola di uno speziale che tal fece risposta al Re, impronto sollecitatore di un bacio da lei; e le fu ventura, che per tal modo si procacciò dote e marito; ma se n'era dimenticata da un pezzo, ed ora le tornò alla memoria come un cibo indigesto alla gola. Egeo, che da qualche giorno in poi aveva cominciato a spillare alcun che dei fatti suoi, stette a un pelo per isbottonare; poi lasciò correre per non guastare le uova nel paniere.

Diversamente accadde al giovane Omobono, il quale di frequente usava nella casa di Elvira, molto per necessità di conferire ogni sera o con lei o con Egeo, intorno al grave negozio che avevano per le mani, e troppo più per genio, perocchè Amina, vedendolo di persona ben formato e di modi gentili, diede spesa al cervello ed attese a ridurselo marito. Arrogi che ella lo immaginava straricco; e adesso nella grandiosa impresa in cui egli andava a mettere le mani ella vedeva aprirsi una sorgente inesausta di opulenza. Si mise tosto a fabbricare un'anfora di elisir di amore, il quale troppo bene le venne fatto, come colei che ne era maestra, se non che questa volta ci pose maggior cura e ne raddoppiò le dosi.

Dicono (ma nella Genesi non ci si legge) che il diavolo in persona ne insegnasse la ricetta ad Eva, subito nella prima conferenza che ebbe con lei, e che accresciuta, diminuita, rivista e corretta, giungesse alla perfezione nella quale noi oggidì la vediamo. Basta, anche a rischio di fare cosa inane io vo' metterla qui: non fosse altro per dimostrare quanto grande sia la premura ch'io pongo mai sempre a rendere servizio alle mie leggitrici.

Recipe. — Scrupoli 24 occhiate languide. Idem occhiate ardite. Idem occhiate velate. Idem occhiate scoperte. Idem occhiate diritte. Idem di traverso. Dramme 6 risi assortiti a mezze labbra; a scopridenti; modesti, immodesti e imbecilli.[6] Idem sospiri caldi e sospiri scorrucciati. Once 9 lacrime in parte risucchiate e in parte lasciate andare pel verso loro. Libbre 2 lettere di amore senza senso comune.[7] Mezza oncia di lettere col senso comune. — Misce in acquavite di libidine colta in primavera e stillata co' lambicchi di Venere celeste, co' lambicchi della fabbrica del canonico messer Francesco Petrarca; amministra per una settimana a tre cucchiaiate da tavola per dì. — Alcune fabbricanti ci aggiunsero non so quali dosi di piè percossi, di fazzoletti stracciati e di ventagli rotti, anzi ardirono mescolarci perfino le cascate in sincope, le canterelle e i temperini vibrati verso i paesi del cuore, ma questi ingredienti, massime i due ultimi, furono scartati addirittura dal costume elegante. La ricetta dello elisir di amore dura adesso inalterata nel modo che ho detto.

Quando la nave è stagna all'acqua, resistenti le vele, esperto il pilota, il vento in filo di ruota, gran tratto si cammina in breve tempo sopra il mare di amore, e i nostri amanti ci camminarono molto: già si erano aperti i segreti affanni e mostrate le scambievoli ferite, onde uno fa per l'altro medico a un punto ed infermo; si promisero amore, e per tenerle saldo giurarono conficcarlo e ammagliarlo coi chiodi del sindaco e del prete, e con le funi del codice civile e del sacramento, imperciocchè Amina pendesse allo ascetico e professasse devozione sviscerata alla purissima Vergine, alla quale non passava sera che ella non recitasse le litanie. Siccome questo amore aveva a procedere placido e sereno, e per così dire in bussola, il giovane Omobono ne fece motto allo zio, il quale non rispose sì, e no neppure; pel momento se ne cavò col solito: ci penseremo. Anch'egli voleva scoprire marina e veleggiare secondo il vento; ma il giovane, conforme persuade la nostra natura, facilmente credendo quanto gli piaceva e gli giovava, la tenne per cosa fatta e lo disse all'Amina, che per la contentezza n'ebbe il capogiro. Allora Omobono, non già col piglio di Arsace quando canta: Eccomi alfine in Babilonia, come aveva fatto Egeo, bensì in sembianza umile, con voce da pigliare per soavità sotto gamba quella del flauto, che nelle notti di primavera si diffonde sulla tremula superficie del lago... — e qui fo punto, perchè altrimenti la similitudine romantica minaccia di vincere in lunghezza la più classica di Omero, — egli, Omobono, la scongiurò a permettere che con un casto bacio i suoi legittimi ardori suggellasse; ma ella intemerata a lui supplichevole rispose come ad Egeo arrogante: veruno uomo l'avrebbe baciata, tranne il marito dopo celebrate le nozze; lì per lì s'impossessò di Omobono una maledetta rapina, che l'avrebbe mangiata viva, ma indi a poco, ripensando alla virtù della donzella e al culto professato da lei alla Vergine purissima, un lampo di giubilo gli irradiò la faccia per modo che parve trasfigurata. La moglie casta è una corona di gloria sul capo del marito... eh! lo ha detto lo Spirito Santo, che se ne intendeva, andò per quanto fu lungo il giorno borbottando Omobono.