Amina ed Omobono con mentito nome recaronsi a Como, non avendo potuto in tanta angustia di tempo procurarsi il passaporto in regola.
Como! E poi dite che la fortuna passando sul mio capo non ci abbia rovesciato la sua cornucopia: si può immaginare occasione più destra per descrivere le magnificenze di Como? qui tutto; prima la emulazione, la quale è tanta parte delle opere umane, mi pone le perette sotto la coda; una legione intera di letterati, che vanno per la maggiore o per la minore, le celebrarono in prosa e in versi. — Cesare Spalla, Giovanni Berchet, il Corbellini, il Torti, il Gentili e il Turati le presero a tema delle loro poesie. Gli storici e gli scienziati metto da parte, però che mi farebbero comporre nuove litanie, le quali solo a Torquato riuscì rendere amabili nei suoi estri religiosi: però non si possono tacere Plinio, Cassio e lady Morgan; alla quale è mestieri che noi perdoniamo molto, perchè ci amò molto e ci confortò a non disperare, mentre da tutto il mondo qui conveniva gente a cantarci l'esequie fino alla Speranza. Mi tengo unicamente a quelli che sciuparono carta ed inchiostro (intelletto non conta) a dettare: sogni d'infermi e fole da romanzi; e qui potrei dire come il Bertolotti ponesse la scena del Sasso rancio e della Isoletta dei Cipressi, il Grossi del Marco Visconti e di Ulrico e Lida, il Carcano dell'Angiola Maria, il Bazzoni di Falco della Rupe, e di altri mi passo. Alcuni di questi libri galleggiano sempre, altri si vedono sì e no fra due acque come cosa che affoga; taluno riposa sopra un guanciale di limo in fondo a Lete, ma ciò gli avvenne non mica per vizio di forma, secondochè taluno crede, bensì per manco di virtù negli autori. Forse perchè pigliarono sembianza di epici, mille poemi si salvarono dal duro sonno e dalla inremeabile morte? Godetevi le vostre trombe epiche, noi ci contenteremo degli scacciapensieri quando si chiamino Promessi Sposi, Gil Blas, Nostra Dama di Parigi, Don Chisciotte, Ivanhoe, l'Ebreo errante, il Viaggio sentimentale.
Ed ecco, quanto più poggi in alto, più vasti orizzonti si dilatano avanti a te; vedi quanti uomini grandi ti porgono la loro fama come tela ai tuoi dipinti; ecco qui Plinio il Vecchio co' suoi 180 volumi di storie naturali e politiche, di milizia, di eloquenza, di grammatica, di tutto; egli fu un feroce scrittore come Nembrod cacciatore dinanzi a Dio; — eccolo co' suoi governi in Ispagna, il suo ammiragliato della flotta romana al Miseno, la eruzione del Vesuvio, e la morte incontrata voluttuosamente per la irrefrenabile cupidità di sapere, dacchè ei ci lasciasse come farmaco ad ogni sventura questa sentenza: «il miglior dono fatto all'uomo dalla Divinità è il potersi togliere la vita; dono che i fati non consentirono alla stessa Divinità». Dopo il Vecchio, ecco Plinio il Giovane, di cui il panegirico a Traiano, mosaico di piaggeria cortigianesca composto di frammenti repubblicani, ingannò anche l'Alfieri, il quale con sommo studio lo volse dall'idioma latino nel sermone nostro; — però, come a tutti apparisce, così non parve al signor Giulio Janin, che ci fa sapere come l'Alfieri convertisse codesto panegirico in una satira scritta in latino, dove si compiace denigrare quanto di grande fu operato nello imperio del magnanimo Traiano. — Le sono cose da non credersi! Ma che non è lecito a monsieur Janin, il quale ci racconta nei suoi viaggi in Italia, nella foresta dei cipressi del camposanto di Pisa avere udito il fiotto del mare, mentre la spiaggia del Gombo dista almeno tre miglia, e dei cipressi ne ha due; uno in cima, l'altro in fondo al quadrilatero, come l'alfa e l'omega sopra le lapidi delle sue sepolture. Quasi tutti i francesi nei giorni della nostra sventura ci dileggiarono o c'infamarono; in quelli del risorgimento ci astiarono e ci astiano; quasi tutti gli italiani nei giorni della sventura dei francesi augurano a loro sorti meno triste, mente migliore.
E come ti basterebbe l'animo di dimenticare il buon Martino della Torre, il quale, vinti per virtù di arme i Ghibellini suoi nemici, non sofferse si mettessero a morte i prigioni; «perchè, egli diceva, non essendomi venuto fatto di dare la vita ad alcuno, nè manco voglio che a veruno sia tolta?» In coscienza non lo potresti dimenticare, non fosse altro per confrontarlo al Thiers, uomo civile di questo secolo civilissimo, il quale, comecchè orbo di figli al pari del Torriano, nelle quotidiane stragi piglia diletto quanto e più le vecchie divote nella recita del rosario.
Nè passerai sotto silenzio Paolo Giovio, vescovo di Nocera, di cui l'ossa giacciono[41] e lo spirito vive in Firenze, non fosse altro per iscolpare gli odierni gazzettieri dimostrando a prova che non incomincia da loro il mestiere di battere moneta alla zecca della calunnia e dell'adulazione; non da loro la usanza di menare le Muse al mercato, non si potendo al macello; levate dunque dai vostri trogoli il muso, o gazzettieri, e consolatevi, voi potete vantare auspice e compagno nella vostra infamia anche un vescovo. Il Giovio tirava a palle rosse su l'Aretino, e l'Aretino su lui; la batteva tra il rotto e lo stracciato: a quello più della mitra calzava un remo; a questo, invece di un collare di gemme, una catena al piede; pure l'Aretino, meno maligno del vescovo (di bontà con costoro non si ha da parlare), prima perchè non era prete, e poi qualche affetto sentiva, non fosse altro per Giovanni delle Bande Nere.
Se volete papi, eccovi papi; ce n'è per tutti i gusti: qui vi mostro Innocenzo XI, che Luigi XIV a sollievo degli ozi regali aveva messo a bersaglio dei suoi strali, plaudente la Francia; e qui il Rezzonico, di cui non avanza di memorabile altro che il sepolcro scolpito da Canova, il quale ci effigiò due leoni che ci hanno proprio che fare quanto una pianeta addosso alla statua di Tiberio imperatore; e dopo i due papi, le due sonatrici di violino, sorelle Ferni, non estranee al papato come di prima giunta sembrerebbe, dacchè se Pio VI, pel suo andare in girone a Vienna e in Francia, si meritò il nome di pellegrino apostolico, a maggior diritto le Ferni, tanta parte di Europa circuendo a suono di violino, possono pretendere il titolo di pellegrine armoniche.
Ma sopra i Plini, i Giovi, i papi e le Ferni inchinatevi ad Alessandro Volta. I francesi sempre superlativi (qualcheduno dice sgangherati) scrissero del Franklin, che strappò il fulmine dal cielo e lo scettro ai tiranni, e non è vero niente: quanto a fulmine, anche ieri la folgore mi ammazzò una vacca; quanto a scettro, me ne rimetto ai lettori. Le storie raccontano che Luigi XVI, essendosi impermalito di cotesta epigrafe, facesse ritrattare il Franklin con la sua lode in fondo ai canteri; i francesi a posta loro se ne impermalirono, e arrapinati smoccolarono la testa a quel povero figliuolo di San Luigi; non per questo la monarchia fece più lume. Ma il Volta agguantò davvero il fulmine per la gola, lo infrenò, lo assottigliò per guisa ch'egli ebbe dicatti accettare l'ufficio di fattorino della posta. Calibano trovò Prospero; così, in grazia del Volta, in meno di un'ora seppi il tracollo di Luigi Napoleone bandito senza neppure la grandezza di Ottone, che incominciò col tôrre la vita ai francesi e finì col chiedere a loro la elemosina di un voto, e in due minuti mi dà notizia il nipote che viene a tenermi compagnia a desinare da Livorno... però il telegrafo non sempre è messaggero di liete novelle, ed io lo so: non importa; benedetto sempre, imperciocchè ad ogni modo egli abbrevi la incertezza, tortura vera dell'anima: un colpo e via: a testa tagliata non dolgono i denti.
Ma più che tutto mi pena ad avermi a strappare dalle dilette lusinghe della natura, di quelle delle Sirene più poderose assai, poichè queste è fama che allettassero unicamente con la voce, la quale scende per le orecchie al cuore, e a ciò si rimedia, secondo lasciò scritto Ulisse, con un po' di cera, e al bisogno può bastare anche il cotone, ma la natura, oh! la natura ti agguanta per tutti i versi; in vero, o come farò a salvarmi dall'aure felici, dalle brezze vitali, dai venticelli soavi, che spirano dai colli e dai rivi di questa terra incantata? Qui sempre limpide le acque, qui sempre verdi le piante, che mormorano sempre fra loro come se si raccontassero i casi di amore che nascosero con l'ombra dei rami, o trasportarono lontano sopra il dorso, ovvero alternassero i presagi degli amori avvenire ovvero ancora i propri amori si confidassero, perchè Dio trasfuse in tutto il creato senso di amore, e quindi parlano di amore le fiere, le piante e i sassi... Lettore! Per amore di Dio passa in punta di piedi e non destare il poeta.
Il cielo è innamorato di sè, ed ha ragione; egli adopera la piana superficie del lago di Como a mo' di uno immenso specchio della fabbrica di Murano, per contemplarvisi dentro ed esultare, Narciso immortale, nell'orgoglio della propria bellezza: per servire a Dio sarebbe povera cosa; Dio, quando vuol guardare la propria immagine, piglia l'oceano, dove si affaccia procelloso tra i fulmini. Ma se il cielo non ama il lago, il lago ama i figli del cielo: il sole, la luna e le stelle; ad ogni dichiarazione di amore che gli fanno con parole di luce egli risponde con sorrisi di luce; perchè anch'egli con l'affetto possiede potenza di fosforo per significarlo. Verso sera, dalla parte di occidente la luce si tinge di vermiglio, e richiama al tuo pensiero la donna innamorata, che pudibonda e lieta si accosta al talamo dello sposo che l'aspetta. Qui le rugiade inebriano più del liquore della vite, imperciocchè penetrino nei pori del tuo corpo madide del canto dell'usignolo e dell'odore del fiore di arancio (lasciatemelo dire, domani me ne confesserò al curato della parrocchia di Pondo).
Venere dea ebbe delubri ed are a Cipro, a Rodi, a Pafo, a Coo, a Citera e altrove, ma a Como impera regina e dea, ed ella qui conduce l'armento dei suoi devoti, come Proteo i suoi vassalli marini: gli amori vecchi ella mette in cura nelle case di salute dei suoi amici Como e Lieo; è vero pur troppo che la primavera pei mortali non si rinnuova, però vi hanno autunni che non aprono mai l'uscio al desiderio della primavera; sopra gli amori adulti, affinchè dallo amore attingano perenne virtù di amore, ella, messa la mano dentro al cinto, ove si trovano confusi