Non risposero, compunti da pietà, però che la domanda chiarisse lo stato deplorabile della fanciulla, che dopo poco ripeteva: — Insomma, quanti siete? O che mi toccherà riscontrarvi a tasto?

— Otto; col caporale nove.

— Ebbene, ecco un cavurrino, che a me cieca è riuscito trovare in tasca, mentre il livornese alluminato ha fatto fiasco... — L'ha avuta! gridarono attorno i soldati uccellando il livornese, il quale con ciglio e accento severi parlò:

— Signori, non mi pare buona creanza interrompere chi parla, massime quando l'oratrice è una gentil donzella.

— Ora, continua Eufrosina, in questi due franchi entrano tre e più litri di vino; bevetene un bicchiere avvantaggiato per uno alla mia prossima salute.

Qui ruppe tale un rombazzo di voci per applaudire Eufrosina, che il colonnello del presidio, immaginando che o qualche principe, o il re stesso si fosse fatto a visitare il castello, tirò via di uno strettone il piede dalle mani del barbiere, che gli tagliava i calli, e con una gamba calzata e l'altra scalza corse per essere primo ad ossequiare, mentre il comandante, pauroso che la rivoluzione fosse entrata in Castello, si rimpiattava sotto il letto della moglie puerpera.

Eufrosina aveva operato da quella arguta giovane che era; — tanti capi, tante opinioni in Italia, così in caserma, come in mercato e in Parlamento; ed ogni dì crescono, perchè durano fatiche da cani ad insaccarci tutti nella unità dei regolamenti piemontesi e non ci riescono: unico efficace fattore della unità italiana fin qui il fiasco; Asti e Artimino, Chianti e Barbèra si riconobbero senza ostacolo di progenie latina; enotrii tutti, e si mescolarono fraternamente dentro lo stomaco dei deputati italiani.

Filippo mise la figlia nelle braccia di donna Isabella; nulla parlò; la guardò solo con uno sguardo che nè parole, nè colori valgono a dipingere; però il poeta lo tace, ed il pittore Timanto lo nascose sotto il velo, quando ebbe a effigiare Agamennone assistente al sagrifizio della figliuola Ifigenia. Ogni momento Filippo ripeteva doversene andare, ed era sempre lì; moveva verso l'uscio e poi tornava indietro; fin quando ebbe sceso mezze le scale rifece gli scalini per ribaciare la sua cara, la sua divina creatura.

Nel rientrare in Castello Filippo, al caporale di guardia che gli andò incontro verso la porta, disse sentirsi rifinito, ed era vero: pel quel giorno non poteva più strascinarsi dietro le gambe, epperò avrebbe portato le sue robe alla Eufrosina alla domane per tempo, onde aver libera tutta la giornata; volesse avvertirne la guardia, perchè non gli avesse, come a caso insolito, a porre ostacolo.

— Andate franco, sergente, lasciatene il pensiero a me.