— Dodici! dodici! dodici!

— La figliolanza d'Isdrael; e che ne avete fatto?

— Questo è il conto dei miei figliuoli: cinque morirono pel morso avvelenato dei serpenti a sonagli; due ne sbranarono le pantere; tre se li inghiottì la febbre gialla; uno lo impiccarono le facce pallide perchè ruppe il cranio al figliuolo del padrone, che lo frustava senza discrezione; l'ultimo ebbe il cranio spaccato dal padrone; e così finì la chiocciata.

— Era tanto bello il mio Candido! finito di parlare la femmina prese a guaire il negro; il padrone pianse tanto la morte di quel giglio di amore! Si sbatacchiava per terra, si mordeva le mani; credo che se io non lo avessi retto si sarebbe buttato via.

Filippo, intento a guarire Curio dalle sue fantasticaggini di misantropia, osservò:

— Tanto, è inutile che tu vada come i medici a cercare il male col fuscellino; anco dalle anime più buie trapela sempre qualche raggio di amore.

E Curio senza badargli continuò ad interrogare il nero:

— Dunque il padrone amava questo figliuolo assai?

— Oh quanto! Il mio bel giglio, pel colore e per la forza, vinceva il re dei bufali; era alto un metro e ottantacinque centimetri; alla fiera di Bastrop due giorni innanzi gli avevano offerto seicento dollari; bella moneta, mio signore, seicento dollari per un negro; ma il padrone s'incornò su settecento e lo riportò a casa.

— Ma se il padrone lo vendeva, voi non avreste veduto più il vostro bel giglio pari al re dei bufali?