Scioglie i corsieri e in grembo al mar si annida

con quello che seguita, vedeva nel sole il grande auriga della natura, che, affranto dalla fatica, in ogni membro riarso, anelava rinfrescarsi in grembo a Teti, la quale gliene faceva invito con assidui sorrisi smaglianti azzurro ed oro; prima però, siccome è cura di ogni amatore di cavalli, sciolti i suoi dal plaustro, li mandava ai prati ampi del cielo, dove essi si rincorrevano, scapestrando a mo' di fanciulli irrompenti fuori della scuola; e le ore, seguendo il vecchio costume dei cortigiani, disertato il carro del sole declinato, rifacevano i passi nel firmamento per andare incontro alle cerve del carro di Diana; però che le ore nacquero per servire sempre.

Diverse le immagini del colono tessiano; a lui parve raffigurare nel sole occidente un guerriero che cada sul campo della gloria: e la sua mente pensò a Giuliano l'Apostata alla battaglia di Frigia;[18] considerando bene, non mancava niente a pareggiare il confronto, non lo scudo e l'elmo corruschi, non le armi fulgide e lo splendore della clamide imperatoria; le stesse nuvole chiazzate di vermiglio, che brizzolavano il cielo, porgevano ricordo delle goccie di sangue, le quali, è fama, l'Apostata in sua mano raccogliesse e contro l'empireo avventasse esclamando: ah! Galileo, vincesti.[19]

E tu pure, oceano, pigliando il colore di porpora,[20] ti piaci sovente rassomigliare il campo di battaglia tinto dalla strage; sublime letto di gloria pel guerriero che muore! Vi cinga, immortale camicia di Nesso, la fama, o carnefici incoronati, dacchè il vostro nome sia grande in proporzione del male che avete fatto all'umanità!

Con altre fantasie si contristava Curio contemplando cotesta agonia della luce, e la tenebra spegnere codardamente, come un veleno letale, il bel raggio di amore. La sua mente, versandosi su le storie dei tempi passati, si fermava nel re longobardo Rachis, figlio di Pammone, il quale, nello splendido mezzogiorno della sua potenza, punto nel cuore dall'aspide della parola sacerdotale, casca sotto il proprio peso, sbadiglia, e di re diventa frate. Eccolo ginocchioni dinanzi a papa Zaccaria, che ad una ad una gli spoglia le insegne regali; da un lato mira gettata la dalmatica tessuta di bisso e di oro; dall'altro lo scettro; la corona percotendo in terra ci ha seminato le gemme, nella medesima guisa che il sole nella sua partita sparge in cielo le stelle: ora sotto la cappa si spenge il re; in breve sotto il cappuccio del frate si spegnerà anche l'uomo; nè da cotesto infelicissimo occaso si scompagnano le rugiade, imperciocchè le lacrime sieno le rugiade del dolore, siccome la rugiada è il pianto della natura. Silenzio e tenebre: la notte ormai accecò il sole, il monastero si è inghiottito il re. E perchè il paragone comparisse più conforme al vero, — siccome fra noi, tramontato il sole, spunta dal lato opposto la luna, così l'immaginativa riportava a Curio la sembianza di Tasia vedova del re frate, che si faceva, pallida pallida, a visitare il marito, e sempre invano, — perchè: se Rachis fosse sceso cadavare nel sepolcro dei morti, la desolata avrebbe potuto liberamente piangervi sopra e implorare pace all'anima diletta; ma l'avara crudeltà del frate vigilava con occhi senza palpebre il sepolcro dell'uomo vivo e ne respingeva ogni affetto.[21] L'inferno e il monastero si mostrano del pari gelosi di conservare la loro rapina.

Dileguatesi siffatte immaginazioni, subentra nella mente dei nostri personaggi un altro pensiero del pari in tutti uguale; e lo sentivano, imperciocchè paia cosa certa che gli spiriti degli uomini corrispondano fra loro con altre facoltà che la parola, i cenni e lo sguardo non sieno: invero i pensieri di tutti loro adesso si appuntano nel giorno dell'addio. Invero, come potessero durare più oltre a convivere insieme non si vedeva; gli affetti nostri, quantunque legati con vincoli che si giudicano sacri, di leggieri si sciolgono, pensa se gli altri che ci sorgono nell'anima a modo di riverbero di luce, o come eco di voce.

Il vecchio colono, quasi dando l'ultima mano ad un disegno condotto a conchiusione da tempo remoto, ad un tratto incominciò così:

— A voi tarda, amici miei, ripigliare la vita avventurosa in cerca di fortuna, onde vi sia dato rivedere la terra del vostro nascimento e vivere in pace con le creature che tanto vi sono a ragione dilette. Senza loro i giorni vi sanno di amaro, che poco più è morte, e vi lodo e va bene; però vi prego a considerare che, se pel tempo che corre, impossibile non si può dire, difficilissimo proviamo far fortuna, e farla presto; quindi io vi propongo addirittura di mettere giù la voglia dei pellegrinaggi e rimanervi meco a vivere all'ombra della nostra vite e del nostro fico, per dirla con le parole dei patriarchi del Testamento Vecchio... Non mi interrompete di grazia; statemi a udire fino in fondo; risponderete dopo. — Voi per avventura vedrete due impedimenti a questo mio concetto; uno da parte mia, l'altro dalla vostra. Da parte mia vi daranno scrupolo i congiunti, gli eredi necessari, le speranze deluse ed altri simili intrugli; ponetevi l'animo in pace; io ne vado immune: ora in due tratti tirati giù con la brace vi darò contezza dell'essere mio. Nacqui a Novara; il mio nome è Maurizio Goguini; credo essere stato conte o marchese, qualche cosa così: giovanetto, perchè se aveva compito il diciassettesimo anno a diciotto non arrivava, mi sentii acceso per la libertà o piuttosto per la sua larva; tolto quanto più potei danaro sopra i miei beni, accorsi là dove mi chiamava la voce del conte Santorre Santarosa, amico vecchio di casa mia; breve, ingloriosa impresa fu quella, e per parecchi lati anco infame; caddi ferito, ed a gran pena mi salvai nella Svizzera; colà giacendo lungo tempo sul letto del dolore, diedi spesa al mio cervello; tritato e vagliato, il preteso liberatore mi resultò uno erede ustulante il retaggio dell'uomo vivo; in lui vidi libidine di regno, non amore di libertà; onde costui quinci a breve, per non cascare giù dalla speranza del regno, sopporta in pace che un soldato tedesco, il generale Bubna, gli brancichi per dispregio la ganascia e gli dica irridendolo: «Ecco il re d'Italia». Costui più tardi, per emendare il breve fallo di amore di patria, e per accattarsi il perdono dei re, di preteso soldato della libertà in Italia si converte in soldato della tirannide nella Spagna; — sputai monarchi e monarchie: — nè meno severo meditai sul Santarosa, su Moffa di Lisio ed altri cotali, e mi comparvero avversi alla monarchia non mica per ischiantarla, bensì per ripararsi sotto l'ombra delle sue fronde; non impazienti di patire tirannide, bensì di esercitarla: della vera libertà amici falsi o tepidi. La monarchia non li volle, la democrazia li rifiutò. Il Santarosa per fastidio di vita si fece ammazzare a Sfatteria. La libertà non pose cura a rilevare cotesta morte, nè raccolse le ossa del caduto, nè gli pose il monumento, o gli cantò l'epicedio: solo il dottrinario Cousin gli sbraciava quattro palmi di marmo con una iscrizione stecchitaci su. Giusta dispensiera di fama quasi sempre la morte è provvida: a moderata cenere, tomba moderata, posta da mano moderata; — e sputai patrizi pelatori della monarchia per mettersene le penne al berrettone; poi vidi il popolo, e lo conobbi terra dove Dio non soffia più, sibbene qualche volta lo scirocco che ne leva la polvere da un luogo per balestrarla in un altro; popolo che invoca sempre, e vuole altissimi fatti, come se avessero a venire da altri fuori che da lui; e intanto si appaga di maledire e servire; popolo nato forse alla vendetta, non alla libertà...

— Eppure, interruppe Filippo, il popolo italiano ha saputo rivendicarsi in libertà...

— Non libertà; dalla oppressione straniera; per ciò bastava odio e mani; l'acquisto della libertà desidera intelletto di amore. — Anzi nè anche dagli stranieri seppe liberarsi il popolo, perchè commise la sua causa al re, e questi ad uno imperatore, donde uscì fuori una indipendenza scrofolosa; figlio di Anteo, il popolo italiano, a cui per guadagnare qualche cosa fu mestieri battere la patta in terra; il mendicante seduto su gli scalini del palazzo che implora la elemosina per lo amore di Dio vi par'egli che possa presumere di entrarci dentro a farla da padrone? Taci, importuno, tu hai avuto abbastanza; rodi modesto e in silenzio il catollo[22] che ti buttarono davanti. Che hai che ti tasti dintorno? Ti mancano alcune costole come Nizza e Savoia? Gua'! Dai bagni di Barberia non si usciva senza riscatto. — Sciagurato! Libertà è quella che si ricupera rompendo di uno strettone delle proprie braccia le catene e sbatacchiandone i tronchi sul cranio all'oppressore; libertà che conta è quella che si strappa a mano stretta, non l'altra che si accatta a mano aperta; — ed io sputai fuori della mia bocca una volta i monarchi, due volte i patrizi e dieci volte il popolo.