— Ma non sempre i soldati gettano la coscienza nel pozzo...

— Peggio il rimedio che il male: alle milizie stanziali per vizio del proprio ordinamento non è concesso altro che fare il danno della patria, perchè se abiettate con la dottrina della obbedienza cieca e passiva, tu le proverai belve ammansite, contaminate di spiriti ribelli ti diventeranno pretoriani arbitri delle vite degl'imperatori e dei destini della patria...

E qui tacquero per assai lungo spazio di tempo: ad un tratto Maurizio riprese:

— Dunque nulla vi alletta a tornare, tutto vi respinge dall'Italia. Il governo di cotesto paese vi costrinse ad esulare, ebbene, voi confinatecelo come costumò Diogene con quei di Sinope; e poi non vi pende sul capo la sentenza di morte? Per voi non ci è grazia, non ci può essere: se foste parricidi potreste sperare, ma avendo voi fatto oltraggio all'arca santa della milizia, ogni scampo vi è tolto; il vostro è sacrilegio regale, perchè la forza si vuole venerata, adorata, ad ogni modo temuta come quella che unica oggi tiene ritti i troni. Anche qui tra noi giunse l'esecrata novella della strage del giovanetto Barsanti, e gli uomini del lynch ebbero lacrime per l'infelice. Quando il medico Lanza scenderà le mal salite scale del ministero, potrà lasciarsi dietro ogni cosa; una sola non potrà, il rimorso di cotesta morte. La storia ricorderà che fu principalmente per lui che questi tempi ebbero nome di borgiani; tra Claudio, imbecille sanguinoso, il Valentino, tiranno da fiera, e Ferdinando di Napoli, Mastrilli da teatro diurno, piglierà posto anche il dottor da Vignale. Cristo, che patisti lo schiaffo dalla mano di un giudeo, tu solo puoi comprendere l'amarezza sofferta dall'Italia per la umiliazione di avere a capo del suo governo un Giovanni Lanza, medico da Vignale!

— Pur troppo! disse Filippo, eravamo destinati a considerare ridotte in atto dal governo italiano le grottesche fantasie delle tentazioni di sant'Antonio del Callotta.

— Fantasie del Callotta, interruppe Curio a sua volta; oh! di' piuttosto immaginazioni di Nerone ubriaco, di mangiatori di oppio; fantasime incise dal Piranesi, quando la tetra ipocondria gli rodeva il fegato.

— Si, questo e peggio, soggiunse Maurizio; dunque siamo intesi: voi tornerete in Italia a pigliarvi la mamma e la figliuola vostra e riverrete qui, tu, Curio, a tenermi luogo di figlio; e sì dicendo gli pose la mano sopra la spalla con tenerezza di cui non aveva dato segno fino a quel punto, e nella sua voce si sentiva la pietà della preghiera e la paura della ripulsa; e voi, Filippo, mi farete da fratello: intanto gli porgeva la mano libera. Che volete? Nella solitudine non s'incespica mai, ma all'ultimo la proviamo la più pesa di tutte le croci: mi sento stanco di camminare per una via dove non incontro sasso che mi laceri i piedi, ma nè anco trovo albero che mi ripari coll'ombra. E caso mai vi avvisaste redarguirmi di contradizione, io vi risponderò che l'uomo è una contradizione perpetua, che mangia, beve, dorme e veste panni, e ben venute quelle contradizioni che fanno scomparire il nostro intelletto e onore al nostro cuore.

— Scusate, Maurizio, ebbe a notare Curio, come di faccia alla coscienza vi potete sdebitare di chiamarvi dintorno i vostri congiunti? Non vi par'ella giustizia preferire a persone da voi conosciute per accidente, e forse non abbastanza conosciute per chiamarle con prudenza a parte della vostra famiglia, coloro che vi stanno uniti con vincoli di sangue?

— Oh! rispose Maurizio scotendo il capo, quanto all'amico Filippo egli è un libro da coro; si legge a dieci passi di lontananza senza bisogno di occhiali; un poco più difficile a capirsi sei stato tu, pure adesso presumo conoscerti meglio che tu non conosca te stesso; rispetto a' parenti, ti dirò che questi bisogna prendere quali essi sono, gli amici poi si pigliano fra quelli che garbano: i primi t'impone la necessità, i secondi ti procaccia la elezione: se tu mi fossi figlio di natura tu dovresti la vita a me, mentre adesso io la devo a te e all'amico Filippo. I parenti di me non cercarono mai; quindi qual maraviglia se io non cerchi di loro? Nè penso abbiano voglia di cercarmi; da cinquanta anni e più di me non ebbero novella, e tu puoi credere che non avranno atteso venti anni per farsi immettere nel possesso dei miei beni; dunque giudico che da molto tempo dev'essere trascorso a favor loro il termine dei trenta anni per succedermi a tenore di legge: ora, se di un tratto io mi facessi vivo, sta' certo che mi avrebbero caro come un morto maligno scappato dalla sepoltura per divorarli. Lasciamo che godano in pace il bene di Dio, il quale essi credono possedere legittimamente; capisco che all'ultimo essi vedrebbero che, se fossi resuscitato, lo farei per dare, non per riprendere; ma prima troppo più li turberebbe la paura di perdere, che la speranza di acquistare. Ed ora voi potete comprendere che io posso bene ingannarmi nei miei ragionamenti, ma che però opero sempre a caso pensato. Per istasera satis: domani ci ritornerò su per venire ad una conchiusione; intanto pensateci, e buona notte.

Di vero la notte portò consiglio, e Curio e Filippo si trovarono d'accordo ad accettare la proposta di Maurizio; il primo per tutte le ragioni esposte da questo, alle quali, esarcebato com'era, altre ne aggiunse del medesimo conio; Filippo taluna di quelle ragioni trangugiava come pillole confettate in aloe; da altre poi torceva incollerito il pensiero; ma sopra tutte prevalse lo immenso amore che sentiva per la figliuola e la brama di vederla accasata prima di morire. Maurizio non potè tenersi dal manifestare la sua inestimabile contentezza; ci furono ritrovi, feste, conviti, dove intervennero i conoscenti di Maurizio da cento miglia lontano; questi adottava co' modi più solenni Curio, e a tutti lo presentò come suo figliuolo ed erede. Cessate le feste, si diede, con la consueta alacrità, ad ammannire le cose necessarie pel viaggio; gli tardava vedere la famiglia di Curio raccolta sotto il suo tetto; andò, tornò, scrisse a New-York, a Baltimora, a Boston; finalmente, la vigilia della partenza così parlò ai suoi amici: