— Credeva, rispose Isabella, che gl'italiani avessero a reputarsi onorati... ad ogni modo essere curiosi di possedere l'autografo di un loro grande scrittore.
Sì, giusto! Gl'italiani hanno a badare a ben altro; essi, donna mia, non sanno che vendere; e se non vendono più, egli è perchè hanno venduto tutto.
— Non tutto, signore, non tutto.
— O sentiamo un po' che cosa non hanno venduto.
— L'onore.
Il libraio stette alquanto su di sè; poi soggiunse:
— Può darsi, ma s'è rimasto in bottega vuol dire che veruno si è presentato ad acquistarlo.
Isabella, comecchè donna, venne in pensiero di saldargli la turpe ingiuria con uno schiaffo sul grugno, e lo faceva se glielo acconsentiva la spossatezza, ora accresciuta pel nuovo strazio; aveva già volte le spalle per andarsene, quando il libraio, così incapace di sentire vergogna per sè come il pudore della dignità altrui, solo per istinto di curiosità interrogava:
— Scusate, donnina, si potrebbe sapere come vi sono capitate nelle mani coteste quisquilie?
— Io sono figliuola adottiva e nuora, insomma erede unica rimasta di Orazio Onesti.