— Come non tanto! interrompeva l'appassionata Eufrosina, — oggi compiono per lo appunto tre mesi.

— No davvero, rimbeccava Isabella, o la notizia ultimissima non la conti?

— Io? Io conto quello che ci portò la posta.

— No, figlia, tu hai a contare da quella che ci portò il cuore. L'amore, a gara di prestezza, si lascia indietro anche la luce, e in un baleno trasporta uno dall'Indo al Polo.

— Sì, è vero, questo mi ricordo aver letto prima ch'io diventassi cieca nelle lettere di Abelardo e di Eloisa; ma adesso a tutte queste belle cose preferisco la posta del Barbavara.

L'altra taceva. E poichè Eufrosina capiva che l'anima della madre in cotesta incertezza si doveva struggere quanto la sua di amante, cessati i lagni l'abbracciava, e con le mani per la faccia e pel collo la blandiva.

Ma ormai il fascio delle tribolazioni per la signora Isabella si era fatto più grave di quello che le sue forze potessero sopportare; non le riusciva più levarsi da letto, dove trovandosi giacente la sera della decollazione di san Giovanni Battista, finse prima accendere il lume e poi lo lasciò spento; tanto a che pro? Gli occhi della Eufrosina non si allietavano al dolce lume, e i suoi provavano quasi un'amara voluttà ad assuefarsi allo imminente buio perpetuo. In mezzo a cotesto silenzio lo zufolio sottile della zanzara si udiva come lo strido della tromba dell'angiolo che chiamerà al giudizio finale i morti, se la vorranno udire.

Eufrosina non si attentava domandare alla signora Isabella come si sentisse, ed Isabella si mordeva le labbra per trattenersi da guaire; sotto lo imperversare della sventura stavano cheti cheti, pari a due uccelli i quali sotto la medesima fronda si riparano al furore della tempesta.

*

— Mamma!