— O Dio! Dio! che voce è questa? — Eufrosina! Dove sei?

— Babbo!

— Curio!

— Non alzate la voce; — siamo noi... proprio noi...

A tastoni, brancolando, trovarono il letto, — incontrarono i pegni della loro tenerezza, si strinsero, abbracciaronsi, bocca a bocca incollarono, l'uno alitava, anzi viveva la vita dell'altro; — non parlarono, non piansero; tanto sprofondarono in cotesto abisso di passione, che rimase sospeso in essi ogni senso di dolore; — così gli occhi affissando la soverchia luce smarriscono la facoltà visiva.

Dopo parecchio tempo Filippo si accorse ch'erano tutti al buio, onde si mise a dire.

— Lume! lume! ch'io vo' vedere la cara faccia della figlia mia.

— Lume! lume! ripeterono in coro Isabella e Curio.

— Lu... gridò a sua volta impetuosa Eufrosina, senonchè a mezzo le strozzò nella gola la parola l'acerbo ricordo della sua cecità; smaniando ricinse con ambo le braccia il capo di Curio, e forte se lo accostò al suo; che adesso alla virtù di amore si aggiungeva la paura. Filippo, per far presto, frega una mezza dozzina di fiammiferi al muro, e, come succede sempre, fece più tardi e si scottò le dita. Alfine accende quanti lumi gli occorrono nella stanza; ma per questo non potè vedere la faccia della sua Eufrosina, imperciocchè ella si trovasse per così dire compenetrata in quella del suo diletto, come se presumesse gittare la propria forma nella forma di lui, onde Filippo, montato in istizza, mise le mani in mezzo a guisa di cuneo, e tirando forte di qua e di là giunse a separare le fronti dei giovani. Eufrosina fino a cotesto punto non si era attentata ad aprire gli occhi; adesso le viene fatto sollevare una palpebra, e:

— Madre di Dio! ella grida, lo vedo, lo vedo, l'ho visto, l'ho visto, l'ho visto!