— Altro se ti riconosco; e questa gente che ti accompagna chi è ella?

— Questa è mia moglie, quest'altra mia socera, il gentiluomo...

— Non importa che tu perda il fiato; egli è il cugino Gabriele...

— Giusto, ci ha dato dentro di colta; dopo avere ascoltato insieme la messa...

— Ah! la messa?

— Sì signore, la santa messa, ci è nato il desiderio di venire a riverirla e ad informarci della sua salute.

Allora il pazzo con voce da banditore si mise a gridare:

— Avanti! avanti! dame e cavalieri; la vita che meniamo qua dentro uggisce maledettamente: ho pensato rallegrarvela; e a questo scopo intendo darvi la spiegazione di alcune figure di cera che sto per mettere nel mio museo; all'entrare! all'entrare! Il tutto gratis, secondo il detto del Vangelo, gratis accepistis, gratis date. Attenti dunque, che vado a dare principio al bel divertimento.

Tal bue va a pascere che si trova al macello; il divertimento del presidente sta per trovare il suo riscontro nel divertimento del matto, il quale continua:

— Questi, signori cavalieri, è il marito putativo di questa bellissima madonna, che non si chiama Maria, bensì Artemisia, omonima della famosa regina di Caria, che prima bevve il marito morto, e poi finì vecchia arrabbiata di amore per un soldato vivo;[4] quest'altra è la classica pollastriera mamma Agata, di cui da venticinque anni si contendono il dominio tabacco e vino; nè pare che stieno per ora sul finire la lite. Il gentiluomo poi è un tale Gabriele, che trovò spediente annunziare lo amoroso messaggio per conto proprio e non per l'altrui. Questo branco di degne persone, dopo avere passeggiato l'adulterio per le vie e per le piazze della città, gloriose al pari di Cesare quando menava il trionfo, si recarono devotamente a chiesa per presentarlo a piè degli altari al cospetto di Dio. — E così, dame e cavalieri, bisogna che sia, conciofossecosachè, quando le società degli uomini si conservano selvaggie, ecco di un tratto scappa di mano alla natura un Lino, un Orfeo, un Cadmo, un Romolo, un Teseo, promulgano leggi, che a guisa di morse costringono i viventi a pigliare una piega per istarsene insieme senza mangiarsi a morsi; ma nelle società diventate civili, se avviene che si guastino, allora la libertà non consentendo partiti tanto violenti, è mestieri operare in guisa che i buoni costumi rifacciano un po' di carne alle leggi; dieno loro vigore allo stomaco per digerire e alle dita per agguantare; per le quali cagioni e ragioni i guidaioli generosi e podagrosi del nostro italo regno agli uffici supremi preposero gli ottimati, i patrizi, quelli insomma che vanno per la maggiore, affinchè con gli esempi incliti educhino le moltitudini, meglio che co' precetti; di vero, se il senatore Cambray-Digny si affaccia ad una finestra e si mostra al popolo sotto adunato: ecce homo; la sua presenza farà più breccia nell'animo di quello che tutti e dieci i comandamenti della legge di Dio. Quando non furono trovati uomini nuovi, buoni da bosco e da riviera, si conservarono gli antichi; così i vecchi sbirri si persuasero con ogni maniera di carezza a rimanersi per ammanettare; alle amministrazioni però deputarono uomini nuovi, perchè i vecchi rubare sapevano, ma non con le eleganze del rubare moderno: quanto a boia non rinvennero meglio del Piantoni, ed il carnefice del duca di Modena, che impiccò Ciro Menotti, continua a impiccare per conto del re d'Italia, quantunque la sua reputazione sia affatto scroccata.[5] A capo dei tribunali stanno magistrati come questi — e qui additava il buon Goffredo — che se capitassero ma' mai in bocca al diavolo, durerebbe a sputare corna e lische almeno un mese. — Ed ecco come saranno sanati infallante co' buoni esempi i rei costumi del nostro inclito regno.