— Il regolamento! esclamò l'uomo dalla faccia di ferro; e dopo alcuna esitanza riprese: il regolamento è il regolamento.
— Io sono chi sono, giusto come il Dio degli ebrei rispose a Moisè, brontolò una voce sotterranea, la quale lì per lì non si conobbe da che parte movesse, e la pronunziava Filippo, che da parecchio tempo, non si potendo più reggere, aveva cacciato il capo sotto le lenzuola. Gli astanti non lo avvertirono, però che Curio, gittato giù l'argine della pazienza, proruppe:
— Se mai al tuo intelletto crescessero l'ale, il regolamento ti farà da forbice, onde tu di aquila ridiventi oca, perchè il regolamento fu composto da oche, e le oche solo considera; se il tuo cuore moltiplicasse i suoi palpiti, il regolamento gli metterà il tempo addietro, perchè il cuore deve regolarsi col pendolo del regolamento; se il regolamento si porrà di mezzo tra la mano di tuo padre moribondo e te, il padre morrà con la mano levata palpando il vuoto, e tu inaridirai nella sete della benedizione paterna; il regolamento va dintorno a calafatare le orecchie umane, affinchè non le ferisca grido di madre che domanda aita, nè di figli che implorano pane, nè di quarantamila donne supplicanti la vita di un garzone ventenne. Il regolamento ti concia l'uomo a cero pasquale; di sopra spento, di sotto assicurato con uno spunzone; in mezzo trafitto da cinque ferite. Vuoi tu sapere regolamento che sia? Te lo dirò io; stammi a udire. Il regolamento è Polifemo cieco, che brancola tastando i suoi montoni per agguantarli e divorarseli vivi, senza pure sputare pelle nè ossa.
— Lo avete accomodato nelle regole...?
— Sì signore.
— Su dunque, da bravi, recatevelo in ispalla di un tratto; marche!
I quattro giandarmi si ordinarono a dietroguardia, intantochè gli altri quattro soldati s'incamminarono col cataletto verso la porta: l'uomo del regolamento disparve.
Lunga e dolorosa la infermità di Curio, pure si riebbe in grazia della sua stupenda complessione; appena entrato in convalescenza lo mandarono a Genova, nell'ospedale stabilito dentro il convento di San Francesco di Paola, perchè colà, col benefizio dell'aere marino e le cure delle pie suore di carità, recuperasse intera la prima salute. La intenzione pareva eccellente, ed era, come quella che si partiva da medici umani, ma il fine mirava a rendere in breve capace il povero Curio a sostenere il giudizio davanti al Consiglio di guerra. Chi avrebbe ravvisato in quella larva di uomo zoppicante lo splendido Curio? Lo intelletto è quasi un arco nella mano potente della volontà; se questa langue, lo intelletto inerte non balestra pensieri; Curio si sentiva il cervello peso come una pietra dentro al cranio; teneva continuo gli occhi chiusi, forse nel concetto stesso di Cosimo il Vecchio dei Medici, che interrogato perchè così costumasse, rispose: — Io lo faccio per avvezzarli a morire! — Sovente inoltrandosi nell'ombra stette a un pelo di passare il confino della ragione per mettere il piede nei dominii della demenza; facile trapasso, però che buio fitto ingombri il limite estremo, dove la ragione cessa e la demenza comincia; e gli fu ventura che gli comparissero ad ora ad ora davanti tre angeliche sembianze, quella di Eufrosina prima, seconda la madre, ultima Filippo, le quali sorridendo lo respingevano indietro spruzzandolo di speranza. Allorchè gli accadde aprire gli occhi, gli parve vedere e vide certo uno stormo di gabbiani che gli aliavano intorno al letto, come intorno le patrie costiere quando il mare si mette alla burrasca. Appena trasse un sospiro, ecco staccarsi dallo stormo uno di cotesti uccellacci, che agitando un paio di ale bianche dalle parti laterali del capo a lui si avvicinò; allora si accorse che gabbiano non era, bensì una di quelle creature che per buttare le mani innanzi si chiamano suore di carità. A chiamarle donne noi offenderemmo le nostre madri. La suora di carità che volò con l'ale tese verso Curio era giovane, di capello sauro, come la più parte delle cavalle maremmane e delle femmine francesi, bianca nella faccia, ma di un bianco spiacente, come sarebbe a dire di calcina lattata,[8] nel sommo delle gote pareva ci avesse impastato un ranuncolo; gli occhi tondi, neri, quali tu miri nelle pollanche: e perchè io stringa la mia immagine in poche parole, la si sarebbe potuta mandare per modello agli scultori di Norimberga, disperati fabbricanti di puppatole. Il gabbiano... voleva dire la suora di carità, venuta a canto a letto di Curio, in suono di miserere prese a dirgli:
— Mon cher frère en Jésus-Christ...
Curio ebbe a ruzzolare da letto, sentendo egli italiano in terra italiana favellarsi in lingua francese, là dove egli credeva avere a trovare donne italiane; peggio poi quando la suora di carità gli prese le mani e gliele strinse fra le sue: egli sentì un diaccio come di pancia di tarantola toccargli il cuore, e n'ebbe a un punto paura e ribrezzo. La suora continuò il suo sermone a mo' di sonatina imparata a mente, applicabile a tutti come gli oremus e i serviziali, concludendo col conforto di rimettersi in mano di Dio e della Provvidenza; imperciocchè parecchi distinguano Dio dalla Provvidenza, e li rammentino come se fossero marito e moglie. Intanto tornava a rifiorire la rosa sopra la bella faccia di Curio, e gli occhi suoi assorbivano copia di luce che riverberavano più intensa, dalle aperte nari aspirava a lunghi tratti l'aria di primavera; ti sarebbe parso Apollo di Belvedere, che col capo alquanto piegato, pieno di baldanza e di vigore, mira il serpente trafitto dallo strale infallibile. E gli occhi della suora, che, comunque stupidi, per accendersi come fiammiferi non aspettavano altro che essere stropicciati, agli occhi di Curio accendendosi a un tratto, presero a corruscare; le mani di lei strinsero più forte le mani del giovane; un tremito le si diffuse per tutta la persona; calido le diventò l'alito... la temperatura del bacio; le labbra della suora volendo susurrare non so che parole nelle orecchie del giovane, sbagliarono strada e si fermarono sopra la sua guancia. Curio allora interrogò se stesso: