— Non ti garba la partizione? Ebbene, non ci dobbiamo guastare per questo: buoni amici fummo e tali abbiamo a rimanere: da' qua i biglietti, io guarderò se dando un'altra stretta di forza al torchio qualche altro soldo mi riescirà a spremerne: anche di quelli che già ho riscosso intendo... anzi pretendo... e non lo contrastare, che lo tenteresti invano... fare a mezzo; darteli non posso, ma te li prometto.
Curio non si sentendo di umore di patire, oltre il danno, lo strazio, troncò il colloquio e prese commiato: per le scale si percosse della mano la fronte ed esclamò:
— Grullo, o Curio, nascesti e grullo morirai; e sì che a questa ora dovresti sapere che i ganci quando diventano diritti non sono più ganci.
Intanto, avendone agio, egli si pose a ricercare con molta cautela traccia dei suoi parenti; meglio non lo avesse fatto, gli parve di mettere il piede su la via del calvario; ad ogni passo inciampava dentro una tomba; cercò di Eufrosina e del padre Filippo; da questo lato ebbe nuove meno triste; non liete però. Filippo tra bene e male era guarito, ma camminava zoppo; col tempo sarebbe andato più spedito, forse; così almeno prognosticavano i medici, frattanto ranchettava. In grazia della protezione del buon maggiore suo amico, egli aveva ottenuto il posto di custode delle carceri militari del Castello di Milano.
Curio, dopo avere esitato un pezzo tra la pietà e la vergogna di comparire al cospetto della madre amatissima, da tanto tempo derelitta e in apparenza obliata, vinto dalla pietà, statuì condursi a Milano ad ogni patto; alla carità di figlio si aggiunse ardore di amante; se questo più e l'altra meno, chi saprebbe dire? Eufrosina era la luce dell'anima sua. Mercè la fede del medico curante, la madre ottenne il congedo per assentarsi parecchi giorni, e andò.
Giunto a Milano su la piazza del Duomo, voltò gli occhi in su per ammirarlo, imperciocchè ad ogni buono ambrosiano il Duomo rappresenti tutta Milano; di Lombardia e d'Italia anche un bel tocco, e poi un po' degli amici, dei parenti, del babbo, della mamma, e aggiungi altresì dell'amante. Tutti cotesti angioli, arcangioli e santi di ogni generazione, dentro e fuori le nicchie, egli reputa suoi conoscenti; tuttavia, se vogliamo dire la verità vera, Curio pareva guardasse tutta quella gente, ma non la guardava; tra il sì e il no gli ciondolava il pensiero se dovesse condursi prima a visitare Eufrosina, ovvero la madre; ci corre il debito avvertire che l'amore di figlio prese il sopravvento, e comparve improvviso a casa la madre.
Non si descrivono i pianti, i baci, le rimembranze dolorose del passato, nè gli affanni del presente, chè al guardo spaventato di Curio pur troppo la sorella Arria apparve come donna sopra la quale la morte abbia segnato: «posto preso.»
Il passato e il presente in tutto tenebra; nè meno buio il futuro. Eufrosina sempre divinamente bella; ma pari all'armonioso abitatore del cielo chiuso in gabbia, ogni giorno più perdeva della sua naturale vispezza.
Filippo rendeva quasi credibile la leggenda di Merlino, il savio mago, che lo afferma chiuso vivo dentro un sepolcro. I suoi occhi balenavano di tratto in tratto, ma le ciglia irsute provvidamente ne nascondevano il lampo; guai a lui se i superiori lo avessero avvertito; lo avrieno fatto spulezzare più che di passo; mentre presso costoro entrava in favore il celere obbedire, l'ostinato tacere e il non mostrare pietà!
Curio condusse Eufrosina alla madre, la quale a sua posta stette maravigliata da così eccelsa bellezza, e in breve, più che della bellezza, le piacquero l'anima ingenua e il forte volere. Ella sentì subito che Dio le mandava un raggio di consolazione per sollievo dei giorni che Arria traeva con tanta angoscia verso la tomba. Avrebbe la signora Isabella desiderato tenerla presso di sè, anche per conforto della propria tristezza, ma considerando lo stato in cui si versava Filippo, cacciò via da sè cotesto pensiero come una tentazione del demonio. Molti furono i ragionari e diversi, i quali veramente si potevano risparmiare, dacchè la conclusione stesse in mano della necessità, ed era: sperare e aspettare.