Isabella torna a supplicare, a interrogare, e a piangere; ma sempre invano. Il confessionario vocale diventò silenzioso come un sepolcro. Allora Isabella presa da impazienza stese la mano, e la cacciò dentro alla tribuna occupata dal confessore, tentando incontrarlo nel cieco aere: ella temeva che qualche male improvviso lo avesse incolto. Quali e quanti fossero la sua maraviglia, il suo cordoglio, e il terrore, quando conobbe a prova scomparso il Frate, [pg!331] sel pensi chi legge. Un ghiaccio le strinse il cuore; e appena dalla gola chiusa mandando un singulto, cadde priva di sentimento sopra lo inginocchiatoio.

E bene le giovò avere vicina madonna Lucrezia, la quale occupata poco dai propri pensieri porgeva attenzione grandissima alle cose circostanti; imperciocchè accorse con subita premura, e adoperando accortamente ogni mezzo per farla risensare, l’ebbe in breve ora ricondotta agli uffici consueti della vita.

Isabella da una parte pensando tutta fremente al pericolo corso di empire di scandalo la chiesa, e di darsi a conoscere; e dall’altra parte, con ispavento punto minore vedendo diventare il giorno chiaro, si appoggiava al braccio di madonna Lucrezia, e quantunque vacillasse, pure con presti passi quindi si tolse.

Venuta all’aria aperta, levò gli occhi al cielo, e vide una dopo l’altra scomparire le stelle, non come fiaccole spente per forza di vento, ma a modo di splendori che godono confondersi dentro fuoco più grande: — così le anime umane, emanazioni della Divinità, sciolte dalle membra che le legano, amano mescolarsi nel seno immenso di Dio. Dalla parte di oriente, un tenue velo di vapori colorato di oro circondava Firenze la bella, simile a una Madonna dei suoi immortali pittori, circonfusa del nimbo radiato. La natura con tutte le cose create, come un citarista versa da tutte le corde della lira un torrente di melodia, levava al Creatore l’inno della mattina: non vi [pg!332] era oggetto, non animale che o con la preghiera, o col voto del cuore, o con la letizia dello sguardo, o col profumo, o col canto verso il cielo, non si avviasse a salutare il Padre della luce, e un murmure indistinto si diffondeva lontano lontano quasi fremito della vecchia terra che si rallegrasse nel sentirsi scaldare le membra intirizzite dal benefico calore. Salute, primogenito del pensiero di Dio, salute, o Sole, imperciocchè nulla sia morto davanti al tuo cospetto, e ogni cosa palpiti e si ravvivi, e dagli stessi sepolcri dove giacciono i miei cari defunti tu estragga fiori, ornamento delle chiome di giovani amanti, e di donne innamorate.

Isabella levò gli occhi al cielo, e tornò il sorriso al suo pallido volto, e piegando la faccia alla plaga donde il sole nasceva, così favellò:

— Come bella è la vita! — Ma per goderla bisogna possedere giovanezza di anni, e giovanezza di cuore, e innocenza, ed entusiasmo; bisogna essere tali da reggere il paragone con gli effluvii dei fiori, col canto degli uccelli, con le tinte dell’ale della farfalla, con la esultanza dei primi raggi matutini. O vita! Dacchè come fui non potrei goderti, sofferirti come io sono non voglio: chi cessò di regnare getti la corona; il manto reale rimasto sopra le spalle a cui mancò il regno, è peso e ignominia. Ma la morte mi si approssima forse desiderata, come l’ombra dell’albero al viaggiatore che cammina fino dall’Ave Maria per lande infocate sotto la sferza del sole? Mi accosto [pg!333] alla morte col desiderio del pellegrino stanco, che vede a sera tra lo incerto chiarore del crepuscolo spuntare il campanile del suo villaggio? Posso dire al sepolcro: — Tu sei il mio sposo? Mi aspetta oltre la soglia della vita pace? Sì, mi aspetta la pace, avvegnachè io abbia amato, sperato, e sofferto molto. Di un’altra cosa mi pento, ed è di avere desiderato di porre un mediatore tra me e il mio Dio. Il sacerdote mi ha respinto dal tempio: a me basta che tu, o Creatore di tutti, non mi respinga dal cielo. Io mi confesso a te, o Signore; tu non abbisogni di dichiarazioni, perchè con uno sguardo mi hai scandagliato l’anima, e penetrato nelle mie midolle. — Vorrei che il mio spirito movesse verso di te sul primo raggio che sta per isgorgare giù da quel monte.... Ma dove questo non possa farsi, tieni aperte le braccia, o Signore, perchè non istarò molto a ricovrarmi sotto le grandi ali del tuo perdono. —

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I penitenti rimasti attorno al confessionale aspettarono lunga ora che Padre Marcello ritornasse; ma poichè videro riuscire le dimore vane, alcuni si fecero in Sagrestia per domandarne: ne ricercarono in cella, in libreria, e non lasciarono luogo senza tentarlo; non lo trovarono. Cominciando ad accogliere qualche sospetto, presero voce fuori del Convento, e raccolsero che taluno pensava averlo veduto in via del Diluvio, col cappuccio tirato sopra gli occhi, camminare come un uomo cui prema sollecita cura; a [pg!334] tale altro era parso vederlo passare per Borgo a Pinti così avacciando il cammino, che spesso intricandosi nei lembi della tonaca accennava cadere. — Dove poi fosse andato ignoravano, e neppure avrebbero potuto immaginarlo. Cresceva la maraviglia, non senza mescolarvisi un poco di paura. Il Priore mandò alcuni zelanti dell’Ordine perchè con bella maniera s’informassero dai gabellieri delle porte: andarono, ricercarono quanto meglio potevano sottilmente, ma nessuno valse a somministrarne notizia. Intanto, fra le indagini, il terrore, e il dolore, passò la giornata; parecchie ore della notte si successero, e i frati stavano adunati nel refettorio, chi pregando, chi col suo vicino favellando: i più animosi si offerivano salire in pulpito, ed annunziare ai popoli la sparizione e forse il martirio del Padre Marcello; i timidi confortavano ad aspettare, a vedere meglio, a non precipitare: quanti erano capi, tante le sentenze, come avviene ove si accoglie una congrega di uomini dubbiosi a deliberare sopra qualche dubbiezza; — quando di repente fu sentito un languido squillo del campanello della porta di strada. Assorsero tutti come un uomo solo, chè forte vedemmo in ogni tempo essere lo spirito di corporazione, e s’incamminarono, senza che ne rimanesse indietro pure uno, verso la porta. Chi narrerà convenientemente le lacrime, i gridi di gioia, le accoglienze amorose, i reiterati abbracciari, i baci, e tutte le altre dimostrazioni di affetto in che proruppero i nostri Frati, quando videro ricomparire [pg!335] il loro Padre Marcello? Egli a tutti rispose, tutti abbracciò, e baciò: gli scorrevano sul volto dolcissime lacrime; ma quel suo volto compariva stravolto, e impresso così profondamente da qualche interno corruccio, che moveva a un punto compassione, e paura.

Parlò breve, e disse: — “Avere corso un pericolo grandissimo; essere vivo come per miracolo: dovere la vita alla misericordia di Dio, e per certo ancora alle preghiere dei suoi fratelli: nella pienezza del cuor suo ringraziarli, e supplicarli a volerlo accompagnare in chiesa per rendere mercede al Sommo Dio, che con aiuto tanto visibile lo aveva soccorso in cotesta acerba avventura.”

Andarono, e ringraziarono Dio; poi Fra Marcello si restrinse col Priore a parlamento, dove avendo considerato il caso, e quello che poteva nascere, a scanso di scandali crederono bene pel momento dare luogo al tempo, e tenersi in disparte, perchè non ne venisse danno a Frate Marcello, e all’Ordine: partisse per Roma, e subito; colà a cui spettava partecipasse lo strazio e il mal governo che si facevano alla Chiesa di Dio, confortasse a prendere solleciti provvedimenti, e tornasse poi gagliardo degli aiuti del Pontefice contro questi falsi cattolici, i quali trascorrevano in atti per tal modo nefandi, da cui i luterani medesimi compresi da orrore avrebbero aborrito.